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venerdì 4 novembre 2016

De Profundis


C'era una volta la coppa delle grandi imprese.
C'erano una volta gli Aston Villa e gli Strasburgo.
C'era una volta l'Inter delle tre Coppa UEFA vinte più una finale persa ai rigori.
C'era una volta un torneo in cui centrare almeno i quarti era il minimo sindacale per l'Inter, c'era una volta la vecchia Inter che usciva male col Lugano, reagiva e negli anni successivi si faceva due finali consecutive.
C'era una volta perché ora non c'è più.

Abbiamo accettato con molta fatica il forzato ridimensionamento alla Coppa UEFA dopo un decennio di Champions e da quando abbiamo dovuto tenerci liberi il giovedì non abbiamo mai visto nulla oltre gli ottavi.
Oggi ci svegliamo e dobbiamo prendere atto che la nostra dimensione già ridimensionata non è nemmeno questa.
Dobbiamo prendere atto che parlavamo di stare al passo degli squadroni che un lustro fa mandavamo a casa per poi scoprire che Southampton, Sparta Praga e Hapoel Beer Sheva sono troppo per noi.
Dobbiamo prendere atto che in un girone che sembrava servito sul piatto delle feste, la matematica è rimasta l'unica sponda a darci ancora credito e giù di calcoli desolatamente fini a loro stessi.

Inutile parlare della partita, inutile sottolineare la preparazione penosa a quello che doveva essere un crocevia stagionale, inutile spendere ancora energia negativa per descrivere la situazione.
Rimarrà l'orgoglio sotto i tacchetti di una squadra che al 69' della sua quarta partita ha accettato l'uscita dall'Europa tra pomodori e fischi e lo ha fatto a testa bassa, senza ribellarsi.
Lo scempio di Nagatomo rimarrà l'istantanea di questa stagione europea, a metà tra l'orrendo e il ridicolo.
Nient'altro si riesce a dire.

Andate avanti voi, che a me viene da ridere.
O forse da piangere.


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