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lunedì 11 gennaio 2016

Così la Cina cambierà il calcio mondiale





Come nasce uno tsunami?
Prendete un movimento tellurico, di quelli che fanno storia; prendete un'onda anomala che assume vita al largo delle coste, lontano da occhi indiscreti; prendete una marea che si ritira per centinaia di metri, dopodiché attendete che la natura mostri la sua forza devastante.
Nell'economia del calcio globale c'è ormai da tempo un nuovo giocatore che sembra avere in mano sempre le carte vincenti e che agisce in maniera metodica e inesorabile, proprio come uno tsunami, promettendo una devastazione, intesa come stravolgimento totale,  del calcio per come siamo stati abituati a conoscerlo fino a questo momento: l'economia cinese sta giocando da anni le sue fiches in tutto il pianeta per impadronirsi del gioco globale per antonomasia.
Un percorso studiato e ben stratificato, che sta già assumendo i contorni di una quiete prima di una tempesta e che, se fosse uno tsunami, si collocherebbe temporalmente nel momento in cui la marea si ritira suscitando la curiosità e gli interrogativi di chi la sta a guardare.
Ecco come la Cina potrebbe riuscire a mutare profondamente ed inesorabilmente i contorni del calcio globale, promettendo di riuscire a concentrare i 150 anni di evoluzione del pallone avvenuta altrove in soli 10.


UN AFFARE DI STATO - Come in tutte le grandi storie di evoluzione e cambiamento economico e sociale, serve un gioco di potere per porre le fondamenta di un nuovo corso: Xi Jinping, il Presidente della Repubblica Popolare Cinese, in questo senso è stato l'uomo giusto al momento giusto.
Inserito nell'attuale contesto storico cinese, fatto di eccezionale crescita economica e di sfrenata visione capitalistica, Jinping ha utilizzato la storia dell'umanità per ripercorrere le orme di chi ha utilizzato il calcio come uno strumento di propaganda che fungesse da vettore per il consenso al proprio governo.
In che modo?
Scandendo nel proprio programma tre punti ben definiti: qualificare la Cina alla Coppa del Mondo, ospitare la Coppa del Mondo e vincere la Coppa del Mondo.
Né più né meno di quanto già riuscito a Mussolini nel 1934 ed ai colonnelli argentini nel 1978 e di quanto tentato e clamorosamente non riuscito a Getulio Vargas in Brasile nel 1950, con la disfatta finale (Il Maracanazo) che resta non a caso la storia più incredibile che si sia mai vista nel calcio di alto livello.
La differenza sostanziale è che Jinping ha potuto porre le fondamenta di questo obiettivo nel momento in cui il calcio è diventato meno gioco e più finanza, armando i grandi gruppi industriali e finanziari della attuale seconda economia mondiale per mettere le mani sul calcio di tutto il pianeta, come vedremo più avanti.
Nel frattempo, per essere certo che il popolo segua compatto la sua visione, ha istituito l'insegnamento obbligatorio del calcio nelle scuole a partire dal 2017 e rilanciato in maniera massiccia il campionato locale, la Chinese Super League, rendendolo in pochissimi anni uno dei campionati più ricchi del mondo.


CHINESE SUPER LEAGUE, LA MACCHINA DA SOLDI IGNORATA -
Il campionato cinese ha infatti invertito la tendenza nel 2011, pochi anni dopo un potentissimo scandalo del calcioscommesse che aveva ridotto ai minimi termini la credibilità e il seguito del torneo locale.
Da quell'anno, le cifre messe in campo dagli oligarchi facenti parte delle più grandi aziende del paese, hanno fatto letteralmente schizzare le cifre del calciomercato locale. Tanto che ad inizio 2015, nel silenzio generale, la Chinese Super League era seconda solo alla Premier League per giro di affari relativo ai trasferimenti dei calciatori.


Proprio nel 2011 iniziò a registrarsi un deciso calo delle ex stelle in cerca dell'ultimo contratto vantaggioso prima di imboccare il definitivo viale del tramonto ed un aumento significativo delle transazioni riguardanti calciatori di prospettiva od in piena maturità calcistica, gettando l'esca soprattutto in Brasile attraverso un meccanismo che verrà spiegato più avanti.
In questo contesto si collocò il discusso trasferimento di Conca che, da miglior giocatore del campionato brasiliano, divenne per un periodo il calciatore più pagato al mondo dopo Messi e Cristiano Ronaldo.
Non finirà qui: i ricchi stipendi attrarranno anche calciatori nostrani come Diamanti e Gilardino e garantiranno uno stipendio da 12 milioni annui a Marcello Lippi, che ripagherà sul campo con prestazioni fuori dall'ordinario attraverso la conquista della Champions League asiatica con il Guangzhou Evergrande (guidata da un enorme gruppo immobiliare e responsabile del maxi ingaggio di Conca di cui sopra), che fino a quel momento non aveva mai passato la fase a gironi.
L'obiettivo della Chinese Super League non è mai stato tuttavia l'appeal internazionale, per due sostanziali motivi: il primo è che l'invasione straniera minerebbe l'originario progetto di crescita nazionale, driver di tutte le risorse messe in campo per il torneo locale che mantiene non a caso un numero chiuso di stranieri (massimo cinque).
Il secondo è che ad una decisa crescita locale non si è voluto far coincidere una crescita internazionale, come invece si sta facendo nel mondo occidentale verso est, proprio perché l'economia cinese è un fattore circoscritto e non globale: per dare la misura del non sviluppo cinese dei propri brand all'estero, in quanti risponderebbero alla domanda "quali sono i colori sociali del Gaungzhou Evergrande" senza pensarci?
Il torneo è di fatto un veicolo per ascendere vertiginosamente nel panorama del calcio mondiale ed i tanti nomi esotici attirati sono serviti soprattutto a far riavvicinare il pubblico, che ha risposto ricominciando a popolare gli stadi che ora si attestano intorno alle 20mila presenze medie (non male, in considerazione del fatto che lo sport nazionale non è sicuramente il calcio).
Il progetto cinese segue due strade che portano a due emisferi diversi: il calciomercato sempre più massiccio ed a suon di milioni viaggia verso il Brasile come già detto, mentre il tirocinio dei dirigenti e la formazione dei calciatori attinge le sue maggiori risorse nella vecchia Europa, culla del calcio globale come lo conosciamo oggi.
Andiamo a scoprire come.


TPO E SUPERAGENTI: IL "SACCO" BRASILIANO - Come sempre accade quando parliamo di cifre folli per trasferimenti di calciatori, ritroviamo le immancabili e famigerate TPO, che in Cina costituiscono la fonte principale di approvvigionamento di calciatori.
Il meccanismo, spiegato in maniera eccelsa e completa dal collega Nicholas Gineprini, vede protagonista soprattutto il fondo Europe Sports Group che nel tempo è arrivato a controllare i cartellini di circa 50 giocatori militanti o che hanno militato nella massima serie cinese. Con una caratteristica in comune: arrivano praticamente tutti dal campionato brasiliano che, come già raccontato più volte su questo blog, si è avvitato da molto tempo in una crisi strutturale e finanziaria che ha favorito la crescita dei fondi d'investimento proprietari dei cartellini, oggi controllanti una percentuale "bulgara" di calciatori.
Inoltre, per aggirare i recenti divieti della FIFA, le terze parti si erano mosse per tempo andando a mettere piede direttamente nei club attraverso i quali fanno transitare i propri giocatori fingendo una transazione tra club che è in realtà una speculazione da far finire nelle tasche degli investitori.
Ma come si è creata la connessione tra TPO e mercato cinese?
La testa di ponte, come spiega ancora Gineprini, si chiama Joseph Lee ed a metà degli anni '90 ha un'idea che si rivelerà vincente: fondare un'agenzia di mediazione per i trasferimenti dal Brasile, paese nel quale prese contatti a seguito di una permanenza decennale a Sao Paulo, ai campionati asiatici che all'epoca avevano grandi ambizioni.
Basti pensare alla J-League, il campionato giapponese, che a metà anni '90 aveva costituito la pensione dorata per tanti giocatori brasiliani (uno su tutti fu Dunga, attuale Ct del Brasile).
L'agenzia, battezzata Keirin Soccer, conoscerà una crescita esponenziale anno dopo anno e nel momento in cui la Chinese Super League diventa un affare faraonico dato l'imponente giro di affari, raggiungerà il suo punto più alto: è il 2014 l'anno in cui la Keirin mette in piedi un giro di affari pari a 36 milioni di Euro, una cifra iperbolica se pensiamo al fatto che grandissima parte dell'Europa che conta vi è stata esclusa.



La Keirin porta in Cina giocatori come Vagner Love, Diego Tardelli e Lucas Barrios mediandone i trasferimenti e raccogliendo ricchissime commissioni.
Come fanno a convincere questi giocatori, non ancora al canto del cigno, ad accettare la Cina? Con una vagonata di soldi ovviamente, offerti dai club a calciatori che non troverebbero ingaggi così alti altrove.
Vale anche per gli allenatori, ultimi in ordine di tempo Scolari e Menezes.
Proprio Menezes, qualora ce ne fosse bisogno, confermerà con le sue parole che "l'offerta è fuori da questo mondo, da un punto di vista finanziario impossibile da rifiutare".
Invece Pato, a riprova del fatto che ci sono sempre le eccezioni, in tempi recentissimi ha voltato le spalle all'opportunità di diventare il quarto giocatore più pagato al mondo.
Con gli introiti in crescita, Joseph Lee si è comprato un club (il Desportivo Brasil) ed ha aperto una scuola calcio a San Paolo con l'obiettivo di formare calciatori brasiliani ma soprattutto cinesi con l'obiettivo di inserirli nella Chinese Super League.
Per riassumere la crescita cinese è sufficiente un dato: negli ultimi quattro anni è passata dall'essere il 60esimo mercato calcistico a piazzarsi al nono posto in questa particolare graduatoria.
C'è aria di concorrenza ai campionati nazionali europei di blasone?
Non esattamente, perchè per questo emisfero la strategia cinese aveva ed ha tuttora piani molto diversi.



TRA DIVERSIFICAZIONE ED ACADEMIES: GLI INVESTIMENTI IN EUROPA
- La strada che la Cina ha scelto per l'Europa coincide con un aspetto fondamentale dell'economia locale: la necessità di "diversificare", cioè di virare gli investimenti di capitali in settori e mercati diversi a causa della propria saturazione interna.
Ecco allora che in un'economia in recessione come quella europea, gli imprenditori cinesi hanno trovato il terreno ideale per dare il via ad un piano globale di investimento che vede il calcio in prima battuta, per procurarsi diversi vantaggi: oltre ai meri guadagni di un calcio che porta i più alti introiti del pianeta, controllare un club può essere un importante veicolo per arrivare più facilmente a forti investimenti in altri settori, come ad esempio quello immobiliare ormai svalutato in Cina dalla bolla speculativa del 2014 che fece saltare il mercato.




Emblematico è il caso dell'Atletico Madrid, acquisito al 20% da Wang Jianlin (Wanda Group) per poter più facilmente realizzare il progetto Eurovegas, una sorta di Las Vegas europea ancora in embrione o per cercare di costruire il nuovo stadio dei Colchoneros.
Jianlin è lo stesso uomo che ha acquisito Infront poco meno di un anno fa, con la prospettiva di poter organizzare le hospitality negli stadi italiani: stadi che hanno bisogno di essere rinnovati o costruiti da zero e che possono diventare affari vantaggiosi per investitori cinesi pronti a finanziare progetti che in Italia sono tanto urgenti quanto privi di fondi sufficienti da poterli prospettare in breve tempo.
La presenza nel calcio spagnolo dei cinesi ha già preso piede da tempo e gli esempi non mancano: l'Espanyol dovrebbe presto finire sotto il controllo della Rastar, una Società di videogiochi che ha una clausola di acquisto per il pacchetto di maggioranza del club catalano.
La compagnia di comunicazioni cinese Qianbao, invece, sponsorizza in maniera congiunta Rayo Vallecano e Real Sociedad, con conseguenze sicuramente visibili sulla gestione dei due club.
Stigmatizzando sull'amichevole, resa trofeo, giocata in Cina tra le due compagini, si è scoperto quest'estate che nel contratto con il Rayo lo sponsor aveva inserito come clausola l'acquisto di un giocatore locale: è così che Zhang Chengdong è diventato il primo calciatore cinese ad essere tesserato in Liga.
Una clausola che l'allenatore del Rayo Paco Jémez non ha preso affatto bene, dichiarando in maniera piccata che "uno sponsor non dovrebbe mai ficcare il naso negli affari di campo".
Il colosso energetico CEFC ha invece acquisito il 60% dello Slavia Praga nell'ambito di un progetto di investimenti molto variegato: oltre al calcio, che garantisce ritorno di immagine, nella lista di CEFC ci sono prestigiosi immobili della capitale da utilizzare possibilmente con destinazione commerciale.
L'investimento principe è sicuramente quello di CMC e Citic, che hanno acquisito il 13% di City Football Group, la holding che possiede il Manchester City e gli altri tre club sparsi tra USA, Giappone e Australia: l'accordo prevede la creazione di una piattaforma per la promozione del brand in Cina mentre in cambio il gruppo metterà a disposizione dei cinesi la propria competenza in campo calcistico.





Un fattore decisivo per i cinesi che nel calcio europeo cercano soprattutto di fare esperienza: una sorta di formazione nel vecchio continente per accelerare la crescita del proprio movimento sulla base di quanto acquisito.
Non è solo l'acquisire competenza ciò che interessa ai cinesi: entrare in un club europeo significa anche stringere interessanti partnership per le academies di formazione dei calciatori, una parte di sviluppo su cui la Cina ha spinto fin da subito il piede sull'acceleratore.
Proprio in Cina, sponda Guangzhou, si trova l'academy più grande del mondo per cui sono stati investiti qualcosa come 130 milioni di Euro, tra infrastrutture e struttura di scouting. Cifre da brividi se paragonate a quanto siamo abituati a investire sui giovani nel nostro paese.
In questo senso va visto l'acquisto del club olandese Ado Den Haag, ben sapendo che l'Olanda ha i centri di formazione per i nuovi talenti tra i più prolifici d'Europa: l'accordo tra la United Vansen Sports International (lo stesso gruppo che detiene i diritti della Supercoppa Italiana in terra cinese) e il club olandese prevede proprio la formazione di academies per giovani talenti cinesi in cambio dell'espansione del brand sui mercati orientali.
A tutte queste operazioni si devono aggiungere le innumerevoli partnership commerciali strette con i club di tutta Europa, tra cui spicca il Real Madrid e il recente lancio di un canale all news riferito al Manchester United.
L'Italia, invece, è per il momento snobbata dagli investimenti cinesi, che preferiscono forse partire da strutture più all'avanguardia per la formazione dei propri giovani.
Tuttavia nell'acquisizione cinese del Pavia c'è da trovare qualcosa in questo senso, visto che è stato patrocinato un corso per allenatori cinesi presieduto da Giancarlo Camolese, come esponente della scuola italiana.




Il piano cinese è quindi chiaro: massiccia migrazione dal Brasile per dare appeal al campionato, massicci investimenti nella creazione di giovani talenti e acquisizione di esperienza e competenze dal calcio europeo.
Un gioco che se riesce perfettamente, è destinato a stravolgere il mappamondo del calcio nell'arco dei prossimi 10-15 anni.
La OPA della Cina sul calcio è lanciata: non resta che attendere di capire se il paese asiatico, attraverso le sterminate risorse che può mettere in campo, è davvero in grado di dominare il panorama calcistico del futuro.





 

venerdì 8 gennaio 2016

Fondi d'investimento e Serie A: a che punto siamo?



Mi ricordo i tempi in cui spiegare il ruolo dei fondi d'investimento nel calcio era un lavoro che aveva ampia considerazione, ampio raggio, ampio interesse, molta gratificazione.

Era bello perché il lettore lo percepiva come una cosa lontana, che riguardava qualcun altro, che comunque andasse non poteva mai inquinare una passione, come fosse una cosa guardata da una finestra nella sicurezza delle proprie quattro mura.

E poi? Poi ha fatto la sua entrata in scena Doyen in una caldissima estate di mercato e in uno dei club più importanti in Italia e nel mondo, il Milan e nulla è stato più come prima.

Da quel momento in poi i fondi d'investimento per qualcuno erano una macchietta da cabaret, per altri una scusa per tirare fango, per altri ancora uno scandalo di portata gigantesca da associare ad un club: quando è diventata una questione di bandiera, in altre parole, la questione ha iniziato ad essere strumentalizzata secondo convenienza e così svilita della propria inquietante essenza.

La stampa di alto livello non ha aiutato, informando in modo approssimativo e cambiando versione più volte senza mai riuscire a far intendere come opera un fondo di investimento, perché lo fa, perché sarebbe stato meglio evitarlo o perchè sarebbe stato meglio metterselo a fianco: si è fatto invece un gran minestrone, spesso omettendo informazioni vitali per la comprensione e spesso aggiungendo informazioni vacue, fuorvianti e superflue.
E allora, amici miei, è il caso che ripartiamo dall'inizio e cerchiamo di capire veramente cosa ci fa la finanza nel calcio, in quale modo si comporta e in quale modo ha operato e sta operando in Serie A cercando di svestirci tutti, me compreso, della sciarpa con i propri colori del cuore per qualche minuto.


TPO/TPI: ISTRUZIONI PER L'USO - Ciò che l'informazione in Italia ha a mio avviso fallito su tutta la linea è stato l'approccio ai fondi di investimento nel calcio: ogni qualvolta c'è stato da commentare un affare o una sinergia con un fondo, si è fatto passare un messaggio fuorviante che metteva il club in controllo della situazione e il fondo come strumento di cui il club si serviva per fare i propri interessi.
Ecco: prendete l'asserzione e ribaltatela completamente perchè le cose stanno da sempre nel verso opposto, con i fondi a controllare le trattative ed a servirsi dei club per farle andare nel verso desiderato. Per un motivo tanto semplice quanto comprensibile: sono i fondi e non i club ad avere la grana vera e, anzi, se i club fossero tutti benestanti i fondi di investimento non avrebbero alcuna ragione di esistere.

Preso e memorizzato questo dogma base di tutta l'attività di un fondo, gran confusione si è spesso fatta su differenze e conseguenze di TPO e TPI, due possibili vesti di una realtà di questo tipo.
 TPO, che sta per Third Party Ownership, sta a significare che una terza parte, quindi un fondo, ha il possesso parziale o totale del cartellino di un giocatore e che pertanto un club che ne vuole acquisire le prestazioni dovrà rivolgersi alla terza parte per avviare una trattativa, a prescindere dal club per cui il soggetto in questione stia giocando.
I rovesci della medaglia di una TPO, nella quale è molto difficile non imbattersi negli ultimi anni in sede di calciomercato, sono in buona sostanza due: il primo è che nuoce gravemente alla valorizzazione ed alla carriera di un calciatore, perchè detto calciatore è esposto a continui spostamenti e cambi di casacca che alla lunga possono destabilizzarne la continuità di rendimento (un caso su tutti: Falcao); il secondo è che nuoce gravemente all'economia del calcio, perchè i soldi che una TPO incassa da un'acquisizione non vengono necessariamente reinvestiti nel mondo del calcio ma spesso vengono portati fuori per farci altro in altri contesti e settori, come quello del trading finanziario che di certo non ha a che fare con la crescita sportiva di un club.

TPI, che sta per Third Party Investment, è un caso molto più pericoloso della TPO perchè presuppone che la terza parte, il fondo, metta direttamente piede nella sede di un club e ne entri nella gestione delle risorse economiche con un giochetto semplice e, fino a poco tempo fa, pulito: erogare finanziamenti ai club in cambio di corsie preferenziali sul controllo dei giocatori in rosa e/o in cambio di percentuali sulle transazioni riguardanti i giocatori possibilmente comprati con il finanziamento erogato.
Questo è il gioco in cui ha rischiato di finire il Milan con Doyen  e che fortunatamente il club rossonero ha fermato sul nascere, perchè le conseguenze di tale condotta per qualche club in Europa sono state devastanti: il Seraing, serie B belga, non potrà fare mercato in nessun modo fino al 2018, il Twente in Olanda non potrà partecipare alle competizioni europee per i prossimi tre anni.
Le sanzioni a questi club si sono rese necessarie proprio nel momento in cui si è appurato che detti club avevano inserito nella propria gestione finanziaria il controllo parziale di Doyen Sports: il Seraing gli ha ceduto parte dei diritti economici di diversi giocatori, avendo siglato contratti che permettevano alla stessa Doyen di influenzare le decisioni e l’indipendenza del club in materia di trasferimenti.
 Il Twente invece ha prodotto documentazione lacunosa ai fini dello spiegare in maniera convincente per quale motivo assicurava a Doyen percentuali fra il 10 e il 50 per cento sulle future vendite di sette giocatori in cambio di un finanziamento da 5 milioni.

Attenzione, perchè a confondere TPO e TPI ci vuole veramente poco: ci è cascata anche La Gazzetta dello Sport che, nell'analizzare le possibili conseguenze dell'affare Calleri (un ipotetico caso di TPO che leggeremo tra poco) ha citato la sanzione del Seraing avvenuta per tutt'altri motivi (un emblematico caso di TPI): entrambe le pratiche sono da evitare e formalmente illegali, ma versare soldi ad un fondo in una transazione è ben più tollerato che metterlo in condizione di controllare parte delle finanze di un club.
Nonostante il ban della Fifa dello scorso maggio, complice anche i tanti scandali che hanno investito l'associazione, il fenomeno TPO è addirittura in espansione mentre, fatto salvo per la penisola iberica dove sono le associazioni locali a sfidare le regole mondiali, il fenomeno delle TPI sembra aver quantomeno rallentato.
Tutto questo, ovviamente, vale e non poco anche per la Serie A.


L'AFFARE CALLERI: IL GIOCO DELLE IPOTESI - La vicenda Calleri è la prima che vado ad analizzare, dal momento che riguarda da vicino la squadra che tifo e seguo.

Ebbene, la questione TPO nasce nel momento in cui il Presidente del Boca Juniors Angelici annuncia la cessione del suo giocatore ad un fondo di investimento inglese che provvederà poi a piazzare in Serie A il giocatore, con destinazione privilegiata Inter che con il Boca tratta il giocatore da diverso tempo.
La terza parte in questione si chiama Stellar Sports Management e fino a questo momento si è mossa solo come agenzia di procura per calciatori che nel tempo si è espansa fino a diventare l'agenzia di riferimento per la Premier League, non proprio un torneo da niente: Stellar ha mediato il trasferimento di Gareth Bale dal Tottenham al Real Madrid e ha preso la procura di tanti altri giocatori, tra cui Ashley Cole e Szczezny, entrambi poi finiti a militare nella Roma.
Come fa un'agenzia a diventare fondo di investimento? secondo i ben informati, utilizzando un club che si chiama Deportivo Maldonado ed è noto per essere specializzato in brokeraggio di calciatori, fungendo da sponda per una triangolazione che garantisce una pressione fiscale molto più vantaggiosa, un po' come se un club italiano per vendere un suo giocatore a un fondo utilizzasse un club svizzero per avvantaggiarsi delle migliori condizioni del fisco.

Sì, ma cosa c'entrano Stellar e Deportivo Maldonado? Hanno una connessione intrinseca, nel senso che il Presidente di Stellar Group Jonathan Barnett e il Chairman del Maldonado Malcolm Caine sono soci in affari nella loro terra di origine, il Regno Unito, dove sono coproprietari di un cavallo da corsa e nel contempo quindi soci in affari nell'imprenditoria ippica.
Dal Deportivo Maldonado, Calleri andrebbe al fondo Stellar che lo girerebbe in prestito al Bologna, un prestito secco che rimetterebbe il giocatore sul mercato a partire dalla prossima estate e che nel contempo offrirebbe all'Inter una prelazione sul suo possibile futuro acquisto.

Tutto questo viene ad oggi riportato al condizionale perchè nulla di tutto questo si è ancora concretizzato: nonostante i fiumi di inchiostro fluiti nell'ultimo mese, la situazione attuale vede Calleri ancora al Boca Juniors senza che il Maldonado abbia ufficializzato l'acquisizione, la cessione al fondo e senza che il fondo abbia ovviamente ufficializzato l'acquisizione e il prestito al Bologna, che peraltro proprio oggi ha smentito la trattativa.
Solo chiacchiere? Probabilmente, ma il prestito da parte di un fondo di un giocatore ben quotato a un club piccolo e probabilmente sottolivellato come il Bologna sarebbe una tipica strategia da TPO, per far emergere prima il giocatore, amplificarne il valore e puntare a rivenderlo con un consistente margine magari in seguito ad un'asta di mercato.
Uno scenario già tentato (e non riuscito) in Italia con Mpoku, Lestienne e Correa tra gli altri.

Dall'altra parte c'è un'Inter sotto la lente della Uefa che ha l'obbligo di trasparenza assoluta sulle transazioni di mercato e che, senza volerne fare per forza una questione etica, sembra lontana anni luce dal potersi permettere un trasferimento finanziariamente chiacchierato.
Del resto l'Inter si ritirò dall'affare Dybala proprio nel momento in cui un altro fondo ne acquisì i diritti per poi rivenderlo al Palermo e incrociò il fondo Sonda co-proprietario del cartellino di Juan Jesus nel momento in cui il fondo stesso impose la triangolazione via Coimbra (club riportato a bilancio Inter come quello di provenienza di Juan Jesus, che giocava nell'Internacional) per avvantaggiarsi a livello fiscale.
Quando si avranno delle certezze su questo affare, non mancheranno da queste colonne approfondimenti, analisi e scenari. Il mondo delle terze parti è in continuo movimento, come stiamo per vedere.


DOYEN-JUVENTUS, LA NUOVA SINERGIA - Per ironia del destino dopo un'estate trascorsa a cercare i legami tra Doyen e Milan, finisce che la collaborazione sia in realtà tra Doyen e Juventus.
Lo ha certificato lo stesso Nelio Lucas, volto ormai conosciuto, in un'intervista dello scorso ottobre in cui definì la Juventus un club "amico".
I sospettosi della prima ora avevamo già intravisto nel mercato estivo della Juventus qualcosa di diverso da solito, quando Doyen ha messo le tende nella sede dell'Olympique Marsiglia portando come fiche di ingresso i 25 milioni con cui l'ormai svalutato Imbula è stato trasferito al Porto, altro club in pienissima orbita Doyen Sports.

La sinergia con Doyen, alla luce delle dichiarazioni di Nelio Lucas, può essere la spiegazione del trasferimento a costo zero di Llorente al Siviglia (ove Doyen è di casa da diversi anni) e della cifra spropositata pagata per un Alex Sandro in scadenza (manco a dirlo, al Porto che aveva appena speso una cifra uguale per Imbula), mentre gli affari con l'Olympique Marsiglia dell'ultim'ora, secondo la ricostruzione della stampa francese, sono stati un vicendevole scambio di favori per liberarsi di tre reciproci esuberi ormai difficili da piazzare in una botta sola: Lemina, Isla e De Ceglie.
Il nome nuovo è Allisson, che Doyen sta cercando di portare dal Brasile in Italia utilizzando come vettore privilegiato magari proprio la Juventus: staremo a vedere.

L'intesa Juventus-Doyen va giudicata secondo coscienza e nella piena consapevolezza che nell'oceano del calciomercato gli squali sono sempre presenti ed affamati, tanto che alla fine qualcuno ritiene conveniente banchettarci assieme.
Ma d'altro canto è sicuramente il caso di sottolineare che il tipo di rapporto è molto diverso rispetto a quello che si stava formando al Milan, ove Doyen poteva divenire non un pregiato interlocutore ma un'entità che agiva in nome e per conto del club, proprio come sta succedendo da qualche mese all'Olympique Marsiglia e proprio come è accaduto ai già citati Seraing e Twente.


TUTTO IL RESTO -
Se eravate ignari di cosa fosse una TPO prima di leggere queste righe, rimarrete basiti dalla moltitudine di esempi che potete trovare in Serie A, ove gran parte delle trattative si fanno in tre.
E' il caso di Cerci, che si sta muovendo dal Milan al Genoa e che probabilmente sarebbe già lì se non fosse per il fondo qatariota che ne detiene il 50% del cartellino e che si è messo di traverso ad inizio trattativa, scontento della destinazione del proprio investimento.
Abbiamo già citato Mpoku, Correa e Lestienne, investimenti poco riusciti mentre di contro c'è chi su Iturbe ha innestato un giro di soldi tremendo tra Porto, Roma, Verona guadagnandoci benissimo.
Felipe Anderson è stato portato in Italia dalla Lazio attraverso Doyen Sports ed una trattativa interminabile (ce lo vedete Lotito a trattare con una entità il cui unico scopo è il lucro?), Emerson è stato acquistato dalla Roma con la collaborazione di Elenko Sports, un fondo molto attivo in Brasile e soprattutto nel Corinthians.
E poi ancora Perotti era posseduto per una parte da un altro fondo qatariota, Carbonero idem con la differenza che del fondo che lo possiede non si sa nemmeno la nazionalità oltre alle generalità, Estigarribia è stato a lungo gestito da una terza parte.
Molti altri ce ne sono ancora, perchè scoprire questo tipo di affari non è facile come non è facile scoprire chi muove i fili dei vari fondi di investimento, tra generalità insabbiate e scatole cinesi.
Tutto questo avviene senza che la FIGC o la Lega Serie A abbiano mai aperto bocca su una pratica vietata dalla FIFA che gli passa sotto gli occhi.


Insomma, questi fondi vanno presi per quello che sono: entità che sono nel mondo del calcio unicamente per muovere ed incamerare soldi, senza troppi giri di parole e senza guardare in faccia a chicchessia.
Ormai si sa abbastanza per poter esprimere un giudizio che può essere di qualunque colore, forma, entità perchè è pur vero che squadre come Atletico Madrid e Siviglia sono diventate grandi in campo anche grazie a loro, mentre ad altre realtà è andata decisamente peggio come abbiamo visto.
Può andar bene o male, ma con il fondo si rischia.
Purché poi il fondo, alla fine, non ci si trovi a raschiarlo.


domenica 25 ottobre 2015

Gioventù bruciata: lo stato comatoso del calcio giovanile in Italia




"Non si pensa mai ai nostri giovani, ai nostri vivai, siamo affetti da esterofilìa".
Sono le parole che sentiamo una volta a settimana (per stare stretti) rimbombare dalle trombe gonfiate dei nostri media più grossi e influenti, senza che poi si vada realmente a spiegare l'iceberg che fa emergere questa punta.
Perché forse non conviene poi così tanto al sistema calcio che si faccia emergere il backstage di uno spettacolo sempre più prodotto e sempre meno spontaneo, a partire dallo stato comatoso in cui versa oggi il calcio giovanile.

Se ne è parlato in profondità all'Arena Civica "Gianni Brera" di Milano sabato 24 ottobre, in una mini convention a cui sono stato fiero di partecipare e dove non ho visto telecamere né noti taccuini a prender nota di quanto si stava dicendo a proposito di Giovani Promesse e di dove va a parare il calcio moderno (questo il nome dell'evento).
La copertura mediatica totalmente assente si sottolinea nel fatto che l'evento non è stato annunciato né riportato in nessun trafiletto di alcun quotidiano o sito web.

Il discorso portato avanti da Felice Accame, docente di Teoria della Comunicazione presso il centro tecnico della FIGC, è stato concettualmente semplice nella sua ricchezza di linguaggio: il calcio giovanile non è nient'altro che un ascensore sociale, a volte una fastidiosa anticamera di chi insegue il mondo dorato del professionismo ad alto livello pensando che magari sia un diritto dovuto e che questa è una caratteristica che non riguarda solo i ragazzini ma anche gli allenatori.
I ragazzini, poi, non decidono da soli un'ambizione di cui non possono avere la fotografia completa e formata, quindi va da sè che dietro l'eccitazione di un ragazzino c'è un genitore che carica a testa bassa perché il sangue del suo sangue arrivi dove magari non è mai riuscito ad arrivare lui, in un mondo spettacolarizzato.
Un mondo dove nei corsi di formazione ai DS, spiega sempre Accame, l'argomento ormai cruciale è quello dei diritti Tv che questo prodotto lo devono vendere e non è raro che si inviti al finto litigio tra allenatore e giocatore per rendere più appetibile l'immagine dagli spogliatoi, una delle altre diavolerie di contorno al calcio di cui tutti potremmo fare a meno (come ne abbiamo fatto tranquillamente a meno fino a un lustro fa) e che viene invece pubblicizzata come una grande ed irrinunciabile esclusiva.

Sul fatto dei genitori troppo spinti ha parlato con dovizia di particolari Sanzio Anzani, Responsabile Tecnico Pre-Agonistica P.D.Cimiano che con questo problema nella sua scuola calcio ha a che fare tutti i giorni e che assicura come la valenza pura del calcio sia ormai irrimediabilmente svanita, perdendo totalmente di vista perchè un bambino dovrebbe giocare a pallone per se stesso e la sua formazione attraverso lo sport, piuttosto che per riempire i vasi spesso di coccio che gli fanno dalla tribuna le richieste più assurde.
Ad esempio, spiega Anzani, capita di vedere bimbi del 2010 che si sono avvicinati al calcio da tre settimane che, in una partita 5 contro 5 senza alcuna pretesa, vengono ripresi dai genitori perchè non fanno il contromovimento ad evitare la marcatura avversaria.
Bambini di cinque anni che sono ostaggio di genitori-allenatori in preda a deliri di onnipotenza ed imposizioni tattiche che non hanno alcun senso di esistere: come se a un bimbo alla prima lezione di chitarra venisse imposto l'assolo di "Smoke on the Water" e guai a sbagliarlo.
Una bella fotografia della totale irragionevolezza e schizofrenia in cui le nuovissime generazioni stanno crescendo.
Non c'è bisogno di andare molto lontano, comunque: provate ad andare a seguire una partita di ragazzini nel campo più vicino a voi e nove volte su dieci vedrete genitori che dicono e fanno cose ben peggiori dei tanto additati ultras, soprattutto perchè lo fanno di fronte ai loro figli: una logica in cui l'avversario di turno diventa un nemico da cancellare ad ogni costo e con ogni mezzo ed in cui il messaggio che passa è che il fine giustifica sempre i mezzi e che la competizione spinta può calpestare senza problemi i valori che lo sport, per come lo intendo io, dovrebbe trasmettere.



Finisce che poi i bambini si rompono le scatole e abbandonano: in un'esperienza di un bambino di 10 anni raccontata dalla scrittrice e drammaturga Elisabetta Bucciarelli, traspare tutto meno che il sacrosanto divertimento che il pallone dovrebbe dare all'infanzia.
In nome della vittoria si può anche non parlarsi e non fare gruppo, in nome della vittoria si può essere portati in trionfo se va bene o essere caricati di critiche e pressioni se va male.
Questo è raccontato dall'esperienza: un bambino che si allontana irrimediabilmente dal calcio e dichiara di non essere pentito, perché a fare il professionista senza averne l'età e il dovere, il gioco non vale più la candela.

Per un caso come questo ce ne sono un'infinità di altri dove lo spiraglio di ascesa sociale fa la differenza: lo spiega benissimo Luca Vargiu, autore e intermediario sportivo, quando dice che ci sono 600mila ragazzini che giocano e 2500 posti tra i professionisti, molti dei quali restano occupati per 10-15 anni.
Non serve essere matematici per capire che il rapporto è sbilanciato in maniera imbarazzante verso chi non ce la farà, ma guai a tentare di spiegarlo: l'intermediario deve vendere la possibilità che invece sia tutto semplice e fare così soldi e carriera maneggiando i sogni degli altri, questa è la situazione che alla fine rimane del calcio giovanile.
Con genitori che pettinano i loro bimbi come Vidal e li espongono come fenomeni circensi a fare doppi passi ed elastici nei video che mandano agli intermediari come Vargiu per sponsorizzare le loro creature.
Se l'intermediario li informerà che farcela sarà durissima è lui a sbagliare nel dire la verità, perché in questo mondo fatto di chiacchiere ed ipocrisie c'è anche chi si è convinto che sia meglio vivere in un incantesimo piuttosto che adeguarsi alla realtà.
E dunque, continua Vargiu, si crea un vero e proprio listino prezzi: pagare per giocare, una pratica diffusa e taciuta nei piani bassi del professionismo.

In questa finanziarizzazione spinta, descritta da Pippo Russo che ai frequentatori del mio blog è un nome arcinoto, oltre a creare un percorso totalmente diseducativo in relazione se orientato ai valori dello sport succede anche che ci siano diritti di formazione rivendicati da più parti nel momento in cui il ragazzino diventa un uomo pronto al grande salto: ecco come un giovane calciatore italiano fa schizzare la propria valutazione, in modo che chi gli è stato intorno concretamente o meno riesca ad aggiudicarsi una fetta della torta.
Non stupisce allora se nelle giovanili diventa più conveniente e semplice andare a pescare il ragazzino africano, che costa pochissimo alle Società e non necessariamente guarderà schifato l'intermediario se gli si dice che ci può essere posto per lui nei campionati dilettantistici come invece succede spesso, secondo quanto riferito da Vargiu, se questa proposta la si fa a ragazzi e genitori nostrani.

Il fatto che poi ci sia una formazione di qualità, riferisce Accame, importa poco e niente alla FIGC che non aggiorna i corsi di formazione su elementi fondamentali per la crescita dei ragazzi da almeno 30 anni, quando fu introdotto un corso sulle tecniche di comunicazione essenziali per spiegare ai ragazzi nel modo giusto i principi di tecnica e comportamento calcistico.
Conta invece la quantità delle formazioni, pur essendo queste spesso il veicolo per spiegare come si possa diventare un possibile ingranaggio di uno show business che mentre mostra la faccia migliore alle televisioni vede una miriade di società dilettanti e professionistiche chiudere bottega dall'oggi al domani.
I media, poi, saranno sempre meno avvezzi a controllare queste situazioni visto che esistono partnership, come ad esempio quella tra il Corriere dello Sport e la FIGC, che non dovrebbero mai esistere, dal momento che il controllante ed il controllato non dovrebbero mai stringere accordi commerciali per non incorrere nel famigerato conflitto di interesse.


Il calcio giovanile in Italia sembra oggi un paziente in coma a cui viene messa una flebo ogni tanto per non interrompere le funzioni vitali minime, mentre fuori dalla stanza in cui è ricoverato c'è un gran vociare di dotti, medici e sapienti che litigano sulla cura senza mai visitare il paziente, perchè in fondo se il paziente si riprende può anche essere che posto per i loro ruoli e le loro opinioni domani non ci sia più.

"
Non si pensa mai a nostri giovani", dicevamo.
Se dicessimo però "non vogliamo pensare ai nostri giovani" saremmo meno ipocriti e più concreti.

martedì 8 settembre 2015

Che fine ha fatto Doyen? L'estate di Nelio Lucas tra affari e tribunali



"Nelio Lucas, non Doyen".
Ve la ricordate questa frase? Sui social network é diventata famosa nel corso di quest'estate dopo che Milan Channel la utilizzò in una sua grafica per fare in modo che il club prendesse le distanze dall'ormai chiacchieratissimo fondo di stanza a Malta.
Qualche mese dopo possiamo dirlo con più certezza: nel canale tematico rossonero non ci erano andati così lontani. Se il concetto in sé e per sé può difficilmente esistere, vero è che le strade dei due annunciati amanti di inizio mercato a un certo punto si sono divise per non reincontrarsi più, quantomeno pubblicamente, fino alla fine.
Mentre tiro un bel sospiro di sollievo e con molto conforto ritorno sui miei passi di inizio Giugno, vi racconto cosa ha fatto Doyen quest'estate senza certo parlare di vacanze.
Riavvolgiamo il nastro: è Giugno e c'è l'annuncio che riguarda la cessione del 48% del Milan a Mr.Bee che sceglie come advisor di mercato Doyen Sports, con tanto di tronfio annuncio da parte del fondo sul proprio sito internet.
Si rincorrono i nomi: Falcao, Brahimi, Gabigol e tanti altri in orbita Doyen per fare un grande Milan fin da subito. Il selfie che ritrae Galliani e Lucas su un lussuoso aereo privato sembra certificare l'unione, che dovrebbe sfociare in un affare molto redditizio per vestire di rossonero Jackson Martinez, per poi sferrare l'assalto a Kondogbia e concludere con il ritorno in pompa magna di Ibrahimovic.
Il sodalizio dura finchè in un nerissimo sabato di Giugno sfuma il colombiano, che va all'Atletico Madrid e sfuma anche Kondogbia in un derby cittadino vinto dai nerazzurri.
Da qui in poi tutto finito: nessuno a parte i protagonisti saprà mai con certezza l'esatta dinamica, ma nel dubbio la stampa fa a pezzi Lucas ritenuto responsabile delle due docce gelate e da qui in poi di Doyen e Milan non si parlerà più, anche se l'intercessione del fondo potrebbe aver facilitato l'affare Bacca (condizionale d'obbligo) visti gli indiscussi agganci con il Siviglia.
Anche se solo il bilancio rossonero potrà sopire ogni dubbio in merito, mi sbilancerei nell'affermare che a rigor di logica i soldi che girano non dovrebbero essere quelli del fondo, ma lo stanziamento messo a disposizione dai Berlusconi nell'ambito di una trattativa societaria ancora nebulosa e non giunta a conclusione.
Il crocevia nel day after la crociata di Montecarlo fallita dal Milan, Doyen cambia percorso e avvia un vero e proprio tour europeo tra affari e tribunali.

PORTO - Certi amori non finiscono, fanno giri immensi e poi ritornano. Ecco, se Doyen era partita dal Portogallo e da Oporto per tentare di mettere le mani sul calciomercato europeo, è a Oporto che ritorna subito dopo aver abbandonato i radar rossoneri, divenuti ormai ostili.
Non che Doyen sia appannaggio esclusivo di un solo club per volta, chiariamoci, per i calciomercanti del nuovo millennio mettere il piede in più scarpe è una regola ferrea e intaccabile. Con il Porto però, la sinergia torna a crescere come un'estate prima. Al punto che Giannelli Imbula, giocatore che stava per firmare con l'Inter, viene prelevato dall'Olympique Marsiglia e spedito al Porto per una cifra assolutamente fuori da ogni possibile previsione: 25 milioni di Euro che sembrano una follia assoluta in un momento in cui l'OM era atteso da un'ispezione dell'organo di controllo gestione francese, equivalente all'obbligo di contabilizzare entro il 30 Giugno.
La sera del 29, invece, quando una normale transazione soggetta alle leggi di mercato avrebbe voluto che fosse il compratore ad avere le migliori condizioni vista la situazione del venditore, Imbula si muove a quella cifra e si sparge presto la voce che c'è lo zampino di Doyen come sgarbo all'Inter per risarcire il Milan. La verità è un'altra ed emergerà con più chiarezza settimane dopo.
Nel Porto in cui c'è la coabitazione forzata con Jorge Mendes, come in tutto il mercato portoghese, Doyen recita un ruolo importante nella mediazione che porterà al do Dragao Iker Casillas e Maxi Pereira (dal Benfica, non un dettaglio) e si congeda regalando nelll'ultimo giorno di mercato Jesus Corona, un messicano che veste la maglia del Twente e di cui Doyen possedeva i diritti economici fino al ban della Uefa (su cui torneremo poi): sarà un caso ma gli olandesi vedono solo una tranche di quei soldi, con la restante percentuale ufficialmente promessa per l'anno successivo, con il dubbio che rimane a proposito della cassa da cui verranno prelevati.
Poco più in basso qualcosa si era mosso anche a Lisbona sponda Benfica, un appezzamento privilegiato di Jorge Mendes che ha dirottato nelle casse del club lusitano i milioni di Lim nello shopping del Valencia.
A partire da Ola John, il giocatore che secondo molte versioni fece (indirettamente) incontrare nel 2013 Adriano Galliani e Nelio Lucas: con la necessità di dirimere la questione sulla proprietà del giocatore a seguito del ban della Fifa, il Benfica ha cercato per tutta l'estate di vendere il giocatore riuscendo solo ad ottenere un prestito a Reading durante l'ultimo giorno di mercato, con il risultato di un debito aperto di poco meno di 6 milioni nei confronti di Doyen per la percentuale che il fondo deteneva sul giocatore, che il Benfica si è poi impegnato a risarcire in più tranches.
Non é dunque così difficile intravedere una connessione tra il braccio di ferro per il rinnovo di Maxi Pereira col Benfica mai avvenuto ed il suo passaggio gratuito ai rivali storici del Porto curato proprio da Doyen, in posizione di forza visto il credito accumulato con il club di Lisbona.

OLYMPIQUE MARSIGLIA - Imbula, dicevamo: sgarbo all'Inter o favore all'Olympique Marsiglia? Tutto lascia pensare alla seconda ipotesi, perchè una cifra del genere alle condizioni già descritte sopra per un giocatore che in questo momento è dichiarato ancora lontano dall'ambientamento non è casuale in un mercato come quello attuale.
Doyen collabora con l'OM e le settimane successive lo chiariranno senza ombra di dubbio: al club francese Doyen "media" i trasferimenti di Manquillo dall'Atletico Madrid e di Lucas Silva dal Real Madrid, oltre a far muovere ancora una volta dal Porto il difensore Rolando, che l'Inter non riuscì a riscattare un anno fa.
Ci sarebbe stato anche tranquillamente spazio per Leandro Damiao, un altro pezzo "pregiato" della scuderia, se non fosse che il brasiliano si sia messo di traverso rifiutando la destinazione: ai piani alti del fondo non l'hanno presa benissimo.
Doyen e OM non si sono incontrati in questi mesi: già nel 2014 Nelio Lucas aveva espresso l'intenzione di sbarcare in Francia dove gli sceicchi del PSG e il Monaco fortemente condizionato dall'impronta dell'onnipresente Mendes avevano dominato il mercato.
A Marsiglia Doyen aveva ad esempio piazzato Doria, giocatore che Bielsa etichetterà come "non richiesto" e che in Costa Azzurra non lascerà tracce di sé.
Ed è forse proprio a causa, o concausa, di queste politiche societarie non totalmente concentrate sul campo che "El Loco" lascia la panchina marsigliese all'alba del campionato 2015/16: il posto vacante non sfugge a Doyen che il 19 Agosto lì vi sistema uno degli allenatori della sua scuderia, Michel.

SPORTING E FIFA: LE BATTAGLIE LEGALI - La torrida estate di Doyen non ha vissuto di soli affari, ma anche di diverse apparizioni in tribunale ove, caso strano, ha interpretato sempre la parte dell'accusata, sia essa riconducibile ad un'azione da parte di un club piuttosto che di un ricorso a seguito di un provvedimento limitante.
Doyen viene trascinata al TAS da Bruno de Carvalho, Presidente dello Sporting Lisbona, a metà Giugno per risolvere l'asprissimo contenzioso aperto dall'affare Rojo, secondo l'accusa forzato dal fondo e ampiamente antieconomico per il club lusitano.
Per l'occasione Doyen schiera in suo favore una lista di personaggi a testimoniare per la propria onorabilità: tra questi è il caso di citare il Presidente del Porto Pinto da Costa, che da queste colonne non è mai stato trattato con i guanti e che comunque con Doyen ha solo di che guadagnare (lui personalmente, si intende) e ben due ex dirigenti dello Sporting stesso tra cui l'ex Presidente Godinho Lopes.
Un caso più unico che raro di ex dirigenti di un club che vanno a testimoniare in favore di un esterno contro il club stesso. Il contenzioso è ancora in essere e non è di facile risoluzione, ma le accuse a carico di Doyen non sono esattamente morbidissime, nel momento in cui emergono dettagli inquietanti sulla vicenda e sul contratto-capestro che l'ha accompagnata.
Da Losanna a Bruxelles il passo è breve ed è lì che Doyen consuma un altro capitolo della sua estate a colpi di carte bollate, perdendo il primo round di una guerra contro la FIFA e il divieto TPO che ci accompagnerà per parecchio tempo.
Doyen manda in campo lo stesso difensore (l'Avvocato Dupont) e gli stessi argomenti (violazione dei principi di libertà dell'UE) che avevano fatto colpo sul tribunale di Prima Istanza di Bruxelles qualche settimana prima nell'ambito del ricorso Striani sul breakeven imposto dal Fairplay Finanziario ma questa volta la capitale belga non è terra di conquista, allorché lo stesso tribunale a fine Luglio dice no alle motivazioni Doyen riguardanti soprattutto la circolare 1464, definita "abuso di posizione dominante della Fifa".
La motivazione principale espressa dagli organi istituzionali è molto semplice e chiara: non c'è prova di violazioni delle leggi UE. Un verdetto difficile da digerire per Doyen che con Dupont, sempre quello della sentenza Bosman, era molto confidente di portare a casa un risultato migliore.  Anche questa guerra comunque è tutt'altro che conclusa, con il fondo supportato anche da Federazione spagnola e portoghese che ha minacciato tempesta attraverso il suo sito ufficiale.
Portogallo e Spagna, i feudi di Doyen: anche se non sono stati approfonditi in questa già lunga ricostruzione analitica, Atletico Madrid e Siviglia rimangono sotto la forte sfera di influenza del fondo, che anche per quest'estate gli ha quasi totalmente rivoluzionato la squadra.
Doyen c'è, insomma: sarà scomparsa dalle cronache ma di certo è ancora radicata molto bene nel mondo del calcio, reiterando quell'anomalìa finanziaria ormai sempre più vista come una regola a cui bisognerà porre ancora più freni prima che diventi ancora più problematica.

giovedì 25 giugno 2015

Se i giocatori diventano garanzie bancarie: il sistema Porto



Chi segue da tempo i miei pensieri espressi sui social network sa bene che tra le mie ossessioni (se esse siano malsane o no, lo lascio decidere a voi) c'è il Porto, una Società enunciata all'unanimità come un raro modello di virtuosismo e che nasconde invece dietro la cartina tornasole di plusvalenze stratosferiche una situazione molto diversa da come appare.
Più che di Società virtuosa, si dovrebbe parlare di introiti virtuali.

Avevo già accennato su questo blog al fatto che il Porto, nonostante le lodi tessute a Pinto da Costa in quella che chiamerei senza esagerare propaganda, abbia chiuso l'ultimo bilancio in chiaro passivo: qualcosa come 40 Milioni, un rosso che dal Fairplay Finanziario così come fu pensato in origine non sarebbe ammesso nel prossimo bilancio di esercizio.
Un passivo a cui si è giunti nonostante un anno di plusvalenze che altrove potrebbero essere definite accettabili (23 milioni), soprattutto se integrate nei 700 milioni di ricavi dal player trading attraverso cui sulla stampa nostrana si sono raccontate meraviglie di Pinto da Costa e suoi accoliti, salvo poi accorgersi di un mondo parallelo dando uno sguardo appena sotto la superficie del mare di elogi.
Di quei 25 milioni dovuti a terzi per parti di cartellino, commissioni e servizi e di tutto l'oceano che si nasconde dietro a quei soldi e quelli arrivati dalle cessioni di un decennio, ne ha parlato in maniera approfondita Enrico Turcato nel suo ottimo articolo, che sbugiarda con fatti e numeri alla mano anni di favolette da calciomercato virtuale degno di Football Manager. 
Viene accentuato peraltro il ruolo preponderante di Jorge Mendes in un sistema circolare che ha premiato soprattutto lui: si rassegnino quei tifosi della Fiorentina che in questi giorni hanno estratto dal cilindro i peggio epiteti per definire il sottoscritto, Jorge Mendes nel mercato rappresenta il banco e il banco, come ben noto, vince sempre.
Jorge Mendes e Pinto da Costa

Tornando al Porto, il mettere mano a un passivo di bilancio così esangue da rischiare le privilegiate cure della Uefa in termini di monitoraggio ha comportato diverse soluzioni: la prima, quella di dare atto a una sofisticata manovra di finanza creativa attraverso la quale il Porto ha ceduto la metà del suo principale asset patrimoniale, l' Estadio do Dragao, dall'ente associativa(il club) all'ente finanziaria (SAD) potendo così provvedere all'aumento di capitale che ha messo una pezza sui conti.
Sì, ma se l'operato del Porto è destinato costantemente a generare perdite perchè gli introiti sono virtuali, come scrivo sopra, quanto può durare un aumento di capitale? Osservazione molto acuta, a cui ovviamente anche quelli del Porto hanno pensato ben prima di chiudere un esercizio che sapevano perfettamente sarebbe andato nella direzione opposta al positivo.
E infatti una risposta si può reperire in quello che accade tra l'Ottobre del 2013 e il Gennaio del 2014, allorché il club portista chiede ed ottiene tre prestiti bancari per un totale di circa 28M e diverse modalità di erogazione: due sono concessi da Banco Novo, la banca messa in piedi per ereditare gli asset sani del Banco Espirito Santo a seguito del crack di un anno fa (crack a causa del quale peraltro il Benfica si è dovuto ricomprare a 29mln mezza squadra che al Banco Espirito Santo apparteneva), l'altro viene concesso da Millennium Bank.
Tali prestiti si accodano agli altri quattro precedentemente erogati da Banco Novo, Millennium Bank e BPI.
Il lettore attento, a questo punto della storia, si sarà già posto una legittima domanda: se il Porto è messo così male come si dice fino a questo punto dell'articolo, quali garanzie di restituzione può dare alle banche?


Qui arriva il punto focale della storia, perché il dubbio viene dissipato dal Report Annuale dell'ente finanziaria portista, la SAD, che specifica come la rinegoziazione di uno dei prestiti (il più grosso di tutti, da 25 milioni di €) sia passata da due bizzarre garanzie collaterali: i diritti economici su Danilo e Jackson Martinez, ovvero i giocatori che in quel momento avevano la più alta valutazione di mercato.
Si dice a chiare lettere che se il Porto venderà il 100% della proprietà di Jackson Martinez e Danilo la cifra che incasserà, al netto delle commissioni, dovrà essere utilizzata per rimborsare la cifra stabilita nel contratto di prestito.
"Al netto delle commissioni" non è un dettaglio da sottovalutare se guardiamo cosa resta della cifra che il Real Madrid ha già sborsato per Danilo qualche mese fa dopo essere passata sotto il rullo di intermediari, diritti di formazione e costi accessori: nello specifico sono 7,8 milioni in meno sulla cifra totale che finiranno in spartizione tra Atletico Mineiro (1,5 mln), Santos (1,8 mln), intermediari anche noti come Jorge Mendes (4 mln) e assicuratori di polizze sugli infortuni (500mila Euro).
Vedremo appena noto cosa resterà poi dei 35 milioni spesi dall'Atletico Madrid per portarsi a casa Jackson Martinez.

Il documento che attesta provenienza, importo e garanzie collaterali dei prestiti bancari al Porto


Ad ogni modo, avendo il prestito scadenza nel Settembre 2015, potete ben intuire per quale motivo il Porto abbia messo sul mercato i due novelli asset finanziari già a metà stagione. 
In una situazione di boccheggio finanziario, nonostante le fanfare che siamo abituati a sentir suonare sul Porto, val bene anche trasformare due esseri umani in una garanzia bancaria, alla faccia dello stile.
E non sono neanche gli unici: nel vortice ci è finito anche Helton, il portiere, usato per garanzia collaterale a un prestito di 3,5 milioni di Euro, scadenza Giugno 2017. Oltre ovviamente all'ipoteca di immobili appartenenti al club e le altre garanzie accessorie comunemente usate quando c'è da garantire un prestito.

Il Porto deve alle banche 149,8 milioni di Euro, ma è l'unica in Portogallo ad aver usato i giocatori come garanzie alla banca. Questo presuppone che il Porto non sia la pecora nera del calcio portoghese, visto che il Benfica deve alle banche 293,5 milioni e lo Sporting Lisbona 110 milioni.
L'intero sistema portoghese fa acqua da più parti, solo che in questo emmental finanziario il Porto sembra sempre vivere in un'isola felice fatta di incassi e plusvalenze stratosferiche.
Il club sa perfettamente che non potrà continuare vita natural durante con un sistema così spregiudicato senza che nulla accada e proprio in questi giorni sta cercando di chiudere accordi di sponsorizzazione che fruttino qualcosa di più dei circa 4 milioni all'anno che Portugal Telefonica gli ha versato nell'ultimo decennio.
Ad oggi il main sponsor più vicino al club portista sembra essere Fosun, un colosso privato cinese (manco a dirlo) operante in diversi settori merceologici che compare spesso su Forbes.
Attraverso i cinesi, il Porto cerca di risolvere con uno stratagemma anche i suoi enormi dissesti finanziari, visto che Fosun ha già acquisito in Portogallo una compagnia assicurativa.
Il bersaglio grosso di Fosun però è un altro, ovvero una banca. Indovinato? Sì, si tratta proprio di Banco Novo a cui Fosun sta tentando di dare la scalata già da diversi mesi.
Se ci riuscisse, chissà che il Porto non ci guadagni con la rinegoziazione di quei prestiti che portano un club a dover vendere a prezzi esorbitanti quelli che rappresentano la loro unica ancora di salvezza in termini, anche se si tratta di darli in mano alle banche.

Pensiamoci bene, prima di accodarci la prossima volta ai vari lanzichenecchi che ci racconteranno le mirabolanti gesta di Pinto da Costa: lo dico a costo di passare per presuntuoso, perchè basta veramente spulciare il grosso dei giornali portoghesi per rendersi conto di come stanno le cose.

Ora dite la verità: ci credete ancora nel meraviglioso "Modello Porto"?



martedì 16 giugno 2015

Braga di tela: le mani di Mendes&Co. sulla Fiorentina




Che la Fiorentina stesse operando una decisa svolta nel suo percorso di crescita rimasto incompiuto durante l'era Montella era nell'aria da diverso tempo.
Che scegliesse di contornarsi di una nutritissima kermesse di personaggi esperti nella promiscuità e nel profitto individuale in sede di calciomercato, però, si poteva anche pensare non avvenisse o almeno non nei termini che si iniziano a intravedere nella selva del rimpasto dirigenziale.
Anche se alcuni, come vedremo più avanti, non se ne erano in realtà mai andati.

lunedì 15 giugno 2015

L' "Imbulata": scacco matto di Mendes al Valencia



Quando si parla Jorge Mendes ti vengono in mente i vari operatori dell'informazione mercatara che puntualmente ad ogni fine mercato dispensano elogi e riverenze al "Re del mercato", colui che è capace di trovare un affare persino sotto un sasso tanto è abile.
L'abilità di stringere contatti, fornire servizi di brokeraggio calcistico e rappresentare giocatori a tutti i livelli non manca di certo al Deus ex Machina del calciomercato mondiale, che però non riuscirebbe mai a portare a termine la sua opera senza lasciarsi alle spalle il polverone che si alza dopo il suo passaggio.

Quella che arriva dalla Spagna è una storia di mercato che diventa l'emblema assoluto di come il territorio entro cui ci si muove per acquistare giocatori sia sempre più sbarrato ai club, che dovrebbero essere secondo logica gli unici interessati ad occuparlo, e sempre più riservato alle figure che si muovono sotto la superficie di questo oceano di affari, soldi e giochi di potere.
Protagonista della storia è il Valencia, un club passato da un grave indebitamento attraverso cui ha ceduto giocatori del calibro di Mata e Silva senza tuttavia venire a capo del profondo rosso di bilancio ad essere uno dei club maggiormente attivi e spendaccioni sul mercato con l'avvento di Peter Lim e la gentile consulenza dell'amico Jorge Mendes.

I fatti , così come vengono ricostruiti in maniera coerente e concorde sia da Plaza Deportiva che da El Mundo e vengono analizzati allo stesso modo nell'editoriale del sito vicino al Valencia DiarioDeMestalla.com, sono i seguenti: all'inizio della scorsa settimana si tiene una riunione tecnica all'interno del club per decidere le strategie di mercato più urgenti in vista di una stagione molto impegnativa. All'incontro partecipano Amadeo Salvo, Presidente del club; Rufete, DS del club e Nuno Espirito Santo, allenatore del club.
Tra le tante esigenze discusse c'è quella del centrocampista difensivo da portare al Mestalla per una stagione che prevede anche la possibilità di entrare in Champions League tramite playoff: Nuno propone Rodrigo Caio, proveniente dal Sao Paulo ed indicato come elemento di spessore, ma la società vorrebbe operare un blitz a Marsiglia per chiudere l'affare che riguarda Giannelli Imbula, con cui esiste già un accordo verbale e per cui si tratta solo di limare le condizioni con l'Olympique. Stando alla ricostruzione unanime della stampa spagnola, Nuno Espirito Santo avalla il trasferimento del centrocampista nel mirino di tante squadre tra cui l'Inter e fa in modo che Rufete e Salvo partano alla volta della città marsigliese il mercoledì successivo.

DS e Presidente trattano ad oltranza con l'Olympique forti del sì del giocatore ed arrivano al forcing finale il venerdì appena trascorso, in cui la differenza tra offerta e richiesta scende a un solo milione ed è opinione comune che l'affare sia ormai in dirittura di arrivo.
Finché succede una cosa a dir poco sconcertante: all'insaputa totale di Salvo e Rufete, il Sao Paulo comunica di aver raggiunto un accordo con il Valencia per la cessione a titolo definitivo di Rodrigo Caio. I due dirigenti in missione a Marsiglia, con l'obiettivo di portarsi a casa Imbula, apprendono la notizia che coinvolge il loro club dai mezzi di comunicazione, alla stregua di due tifosi qualsiasi.
Cos'é successo? È successo che Nuno Espirito Santo, dopo la riunione tecnica, abbia avuto contatti con Jorge Mendes e successivamente si sia messo poi in contatto con Peter Lim per richiedere l'acquisto di Rodrigo Caio, pur sapendo che la sua dirigenza era impegnata in forze per tornare a Valencia con Imbula.

Iniziativa isolata? Difficile crederlo, conoscendo il rapporto che lega Nuno a Mendes. Oltre che essere suo rappresentante, Mendes è anche un amico fraterno di Nuno che rappresentò il suo primo affare nel mondo della procura calcistica quando ancora l'attuale tecnico era un portiere. E sempre a cura di Mendes Nuno iniziò la carriera successiva nelle file del Rio Ave per poi finire sulla comoda panchina valenciana, resa morbida dai danari del Senor Lim. Il quale dà il via libera per l'acquisizione di Rodrigo Caio, che avviene in tempi serratissimi lasciando Salvo e Rufete con un bel cerino, o forse più un tizzone ardente, in mano.

Succede anche questo nel calciomercato che ci viene raccontato come una appassionante competizione dove vince chi è più bravo: può veramente accadere che un allenatore e un consulente di mercato possano avere molto più potere decisionale di un Direttore Sportivo e di un Presidente.
Di più: possono fare il lavoro di DS e Presidente tenendo all'oscuro chi occupa quelle cariche.
Una contraddizione gigantesca in termini, che dà l'idea di come i club che affidano il proprio mercato a soggetti esterni finiscano per perdere totalmente la propria autonomia decisionale sulla gestione sportiva rimediando anche una magra figura agli occhi del mondo, riducendo il loro ruolo dirigenziale ad una carica(tura) buona solo per l'organigramma da pubblicare.
La conseguenza di tutto ciò è che Imbula torna sul mercato e attraverso il padre rappresentante strizza l'occhio ad altre squadre, dopo essere stato sedotto e abbandonato dal Valencia.

In questa storia non è tanto importante capire chi sia più forte tecnicamente tra Rodrigo Caio e Imbula e quale affare potrebbe rivelarsi migliore, perché i dirigenti del club avevano preso in considerazione una sola trattativa e Rodrigo Caio probabilmente non sapevano nemmeno che faccia avesse.
Quando poi però si vanno a vedere le cifre, anche il meno disincantato degli appassionati di mercato inizia a farsi qualche domanda, qualora non bastasse già la grottesca cronologia degli eventi: ad esempio, per quale motivo il Valencia paga Rodrigo Caio 12,5 milioni di Euro quando il noto sito Transfermarkt riporta che il suo valore in termini assoluti è di soli 2 milioni?
E anche volendo considerare in errore il solitamente affidabile Transfermarkt, non è un gigantesco conflitto di interessi che questo acquisto sia condotto da Jorge Mendes all'insaputa dei dirigenti, agendo nel doppio ruolo di DS ed agente di giocatori e dando l'impressione che si telefoni da solo per portare avanti una trattativa sugli emolumenti al calciatore?
Quest'ultimo quesito trova un'efficace risposta nel recente passato, giacché il portoghese aveva già interpretato il promiscuo ruolo per conto di un Monaco in cui agendo da DS mascherato da consulente portò nel 2013 i suoi assistiti Falcao, James Rodriguez e Joao Moutinho per citare solo i giocatori spostati a cifre esorbitanti, incassando su ognuno la lauta commissione sui trasferimenti orchestrati sedendo da ambo le parti del tavolo.
E alle cifre che non tornano sul trasferimento del 21enne Rodrigo Caio, possiamo tranquillamente affiancare gli acquisti di Enzo Perez (25 milioni) e i recenti riscatti obbligatori di Rodrigo Machado(30 milioni), Joao Cancelo(15 milioni) e André Gomes(altri 15 milioni): assieme al brasiliano, una batteria di 5 nomi che sono costati in tutto al Valencia 97,5 milioni di Euro pur non avendo mai messo piede nel calcio che conta davvero ma con una caratteristica in comune fondamentale, il fare tutti parte(direttamente o indirettamente) della Gestifute di Jorge Mendes.
I loro dorati trasferimenti assicureranno al "consulente di mercato" un' altra estate di commissioni dorate: scacco matto, alla faccia del mercato libero e concorrenziale.

Una vera Imbulata per il Valencia e per i suoi dirigenti.
E pensare che il calciomercato è solo alle battute iniziali.


domenica 14 giugno 2015

Doyen tra caricature, spropositi e incuranza: facciamo a capirci






Per chiunque si voglia avventurare nei meandri dell'operato di Doyen Sports Investments, c'è una conditio sine qua non: per capire almeno a grandi linee di cosa si tratta non si può ragionare per estremi.
Per intenderci non si può estremizzare dicendo che Doyen sia al servizio di un club, semplicemente perchè andiamo fuori strada prima ancora di partire e non si può nemmeno estremizzare dicendo che Doyen sia la mafia, perchè non è così e perchè l'unico effetto che ne otterreste è sviare il vostro ragionamento su un'immagine denigratoria che vi condiziona senza darvi modo di comprendere in modo serio ciò di cui state parlando.

Seconda fondamentale premessa: non vi aspettate di capire per filo e per segno l'attività di Doyen Sports attraverso stralci di informazione presi di qua e di là. Il sottoscritto ha iniziato a studiare seriamente il fenomeno poco meno di un anno fa e non è ancora venuto a capo di tutte le dinamiche in cui il gruppo mette mano, perchè sono in continua evoluzione e perché sono lontane anni luce da tutto ciò che abbiamo visto fino a questo momento nel calciomercato italiano.
Una breve ed essenziale antologia di ciò che Doyen ha fatto fino a questo momento l'avevo già pubblicata e la trovate qui.

Ora, veniamo a noi: cosa sta facendo Doyen nel Milan? C'è grande confusione sull'argomento, soprattutto per le mancanze dei media che per incuranza, convenienza o chissà cos'altro si stanno tenendo sul vago facendo scorrere tra le loro notizie solo sfuggenti fotogrammi dell'attuale situazione.
Tanti, tantissimi si stanno nascondendo dietro al dito del provvedimento Fifa che ha abolito le TPO (Third Party Ownership), come se un'entità che ha svolto per anni un'attività dichiarata illecita divenisse all'improvviso una onlus che ha come missione il bene dei club.
Se delle TPO parlano ormai tutti, delle TPI (Third Party Investment) non parla nessuno. Il passo è breve ma sostanziale: da proprietaria parziale o totale di cartellini, si diventa investitori e finanziatori di cartellini. O, per dirla in modo più caro alla nostra stampa, si diventa advisors di mercato, il ruolo che Doyen sta de facto svolgendo per il Milan.
Iniziamo col dire che la pratica è legale o, per meglio dire, non è stata attualmente regolamentata perchè rappresenta una frontiera che gli organi preposti al controllo non avevano mai preso in seria considerazione.
Il funzionamento è assolutamente lineare: la TPI mette avanti una percentuale in finanziamento destinato all'acquisto di un calciatore e in cambio percepirà la medesima percentuale su quella che sarà la cessione del giocatore stesso. Facilmente intuibile é come la percentuale finanziata su un Jackson Martinez da 35 milioni di Euro sia particolarmente corposa, perchè un club che fa mercato a zero da almeno tre anni non trova improvvisamente una montagna di denaro dimenticato in un cassetto della propria sede. Com'è facilmente intuibile che non sarà il Milan a decidere quando un giocatore finanziato da altri si deve muovere, del resto Doyen non va certo a infiltrarsi in club dove non può avere posizione dominante.

Né potrebbe mai essere credibile la versione secondo cui "Mr. Bee ha cacciato i soldi", perchè a differenza dei media che tengono in vita la favoletta anni '90 dei Presidentissimi che cacciano la grana da soli, chi vive nell'anno 2015 ha assunto già da diverso tempo che quei tempi sono morti e sepolti e che ogni club oggi è un dedalo finanziario.
Come se non bastasse sapere che il buon Mr. Bee nella vita fa il collettore di capitali, o se preferite il broker, e non l'imprenditore. Il suo ruolo è fa convergere capitali all'interno di una transazione, non immetterli.
Anche perché Forbes ha già chiarito diverse settimane fa che gli introiti in business di Mr.Bee e famiglia non superano i 100 milioni di dollari, cioè meno di un quarto della cifra che avrebbe secondo alcune "fonti di informazione" immesso per il 48% del Milan.
Soldi falsi? No, semplicemente non soldi suoi. Soldi cinesi che Bee ha fatto convergere verso il Milan, mediando la transazione. E la cui buonissima parte andrà a finire nella holding che controlla il Milan, cioè la Fininvest, che non genera dividendi da tre anni buoni e che ha già venduto a Febbraio una percentuale (7,79%) di Mediaset per ottenere la liquidità perduta e mettere una pezza sui nefasti effetti pecuniari della sentenza sul Lodo Mondadori.

E con il Fairplay finanziario, come la mettiamo? In nessun modo, quanto sta accadendo sull'asse Doyen-Milan non è materia di controllo da parte della Uefa in base alle normative sul Fairplay finanziario. Per un principale motivo: i soldi che il Milan sta impiegando per comprare i giocatori non stanno uscendo dalle casse del Milan, stando alla logica della situazione attuale.
Per farvela spiccia, i giocatori che il Milan comprerà attraverso Doyen saranno qualcosa di molto simile ad un leasing, con il debito verso la finanziaria(cioè Doyen) che sarà riportato sui costi alla voce "altri creditori" o "altre passività" e vedremo a quali cifre tra un anno. 
Una linea che ad esempio il Porto segue da anni, gonfiando il saldo positivo nominale dei giocatori presi con questo "escamotage" o condividendone le proprietà con i vari fondi di investimento quando era ancora possibile farlo.
Con il risultato che mentre i nostri media fanno risuonare la fanfara sulle meravigliose plusvalenze del Presidente Pinto da Costa, il suo club è riuscito a chiudere in perdita di 40 milioni di Euro l'esercizio 2014 pur avendo messo a segno plusvalenze per 23 milioni.
Un dato che si spiega attraverso tante cose, una delle quali è certamente costituita dai 25 milioni che il Porto doveva ai vari fondi con cui ha fatto affari e il cui abuso ha fatto in modo che le gigantesche plusvalenze messe insieme dal club lusitano negli ultimi anni abbiano tenuto il club in linea di galleggiamento invece di arricchirlo, portando alla conclusione che la sovranità gestionale sia sempre meno appannaggio di Pinto da Costa e soci.
Prova ne sia il fatto che per ricapitalizzare le perdite di un anno con plusvalenze "normali", che in un altro club costituirebbero pieno guadagno, il Porto ha dovuto vendere mezzo stadio all'ente associativa perdendo di fatto la metà del suo principale asset patrimoniale. I  media italiani se ne sono accorti? O continueranno a enunciare il Porto come esempio per tutti?
L'unico esempio che può dare il Porto, il più in vista di tanti club che utilizzano la stessa linea, è quello di continuare a finanziare la spesa corrente accumulando debiti nella speranza che nessuno presenti mai il conto invece di adeguarsi alla propria dimensione, ben lontana da quella di un Bayern Monaco che senza giri di danaro strani finisce di pagare lo stadio con 16 anni di anticipo, rendendolo una macchina da soldi e comprando un campione all'anno. 

Con Doyen invece, i campioni arrivano indubbiamente ma le storie possono non avere un lieto fine: chiedere per informazioni allo Sporting Lisbona che è stato depredato di Rojo fatto passare al Manchester United senza garantire plusvalenza al club lusitano e per cui Doyen è finita nei tribunali portoghesi e da domani sarà al TAS di Losanna per argomentare il caso.
Altra contraddizione di un mercato in cui un entità non proprietaria di club può arrivare a chiedere l'affitto sui giocatori ai club.

Doyen non è un ente di beneficenza e non è la mafia, è solo una speculazione che ad oggi in un club come il Milan può portare vantaggi come può portare rischi: io non ho la sfera di cristallo per poter dire esattamente come finirà, ma ho abbastanza elementi per dire che il Milan rischia di barattare i risultati immediati con la propria sovranità gestionale sull'economia del club e sulla rosa.
Hai voglia poi a fare i sit-in sotto la sede, come fu con Kakà.

Che ognuno si faccia la propria idea su Doyen e fondi di investimento, io non starò qui a fare propaganda in un senso o nell'altro ma si tenga ben presente che un calcio capace di andare sulle proprie gambe esiste e funziona perfettamente.
Anche se mi duole veramente dirlo, alle scorciatoie del Milan io preferisco di gran lunga il lavoro di programmazione della Juventus che sta giustamente raccogliendo i frutti di un'opera che, nonostante qualche facilitazione lungo il percorso, ha fatto nascere sotto una buona stella.

Perchè a mio opinabile parere, la storia dimostra che a vivere sopra le proprie possibilità alla fine si cade sempre rovinosamente.