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martedì 6 settembre 2016

Cosa resterà di Yaya Toure?

"Yaya Toure è un giocatore che in Italia non si è mai visto!", tuonava Mancini ai tempi dell'ultimo calciomercato. Era ieri, ma sembra trascorsa un'eternità.
Ora il problema principale per il gigante ivoriano è che non solo non si vedrà in Italia, ma rischia di non vedersi più in assoluto nei palcoscenici che contano.

L'esclusione dalla lista Champions riservatagli da Guardiola è stato un evento che non ha destato poi tanto scalpore, come se fosse lecito aspettarsi che nel calcio dinamico di Pep un posto per Toure sarebbe stato difficile da trovare.
Dunque ci si trova in una empasse apparentemente paradossale: perchè un giocatore considerato da alcuni al top dei top, come suggerirebbe l'ingaggio, non fa parlare sufficientemente di sè nel momento in cui viene accantonato?
La risposta più verosimile appare quella più banale: Yaya Toure non è un top player o quantomeno non lo è più.
Non potrebbe essere diversamente, in un calcio che va talmente veloce da aver ad esempio reputato un bluff quel bel giocatore di Eden Hazard, annichilito dall'annata storta del Chelsea.
Stesso dicasi per Fabregas, considerato oggi da una buona fetta di pubblico un giocatore finito all'alba dei 29 anni.



Non sono i giudizi quelli che interessano maggiormente, ma i numeri:
33 sono le primavere sulle spalle del protetto di Mancini, forse oggettivamente troppi per poter avallare una follia pecuniaria al solo scopo di puntare su un granatiere nel tempo che gli rimane a determinati livelli.
8 sono le reti segnate nelle 47 partite a cui Toure ha partecipato nella'ultima stagione, numeri lontani anni luce da quelli devastanti del 2013/14 ed in costante calo nelle ultime due stagioni, in cui i tifosi hanno visto il suo nome più sui giornali che sulla casacca portata in campo.
86.5 % è la percentuale di passaggi riusciti nella scorsa Premier League, uno score di tutto rispetto ma lontana dal 90.1% della stagione 2013/14, l'ultima che legittimò Toure come un giocatore top su scala planetaria: anche in questo caso i numeri raccontano una discesa costante ed inarrestabile.




Dimitri Seluk, agente del giocatore già alla ribalta delle cronache per essersi impermalosito dopo i mancati auguri di compleanno del City al suo assistito e per le piroette mediatiche usando come sponda altri club per strappare il solito faraonico contratto, ha dichiarato senza giri di parole: "Se Guardiola vince la Champions andrò in televisione a dire che è il miglior allenatore del mondo, ma se non la vince spero abbia le palle di ammettere l'errore fatto nell'umiliare un giocatore del livello di Yaya".
Ora, io non sono affatto convinto che Guardiola sia infallibile, dopo aver fatalmente toppato la gestione di Ibrahimovic ed essersi messo contro quasi l'intero ambiente al Bayern, ma sono certamente convinto che se il City non vincerà la sua prima Coppa dalle grandi orecchie non sarà affatto una questione prettamente dovuta alla presenza o assenza di Yaya Toure, visto e considerato che con Yaya al massimo delle sue possibilità il City la coppa non la vide nemmeno da lontano.

Ciò che sarebbe stato logico e ad un certo punto anche gradito, sarebbe stata una scelta da parte del giocatore più a contatto con una realtà che lo stava già vedendo scivolare dalle zone nobili del gotha mondiale.
Toure avrebbe potuto accettare l'Inter nel 2015, a 32 anni, rinunciando sì a una parte di ingaggio, senza però essere preso per il collo in ambito pecuniario; se Pirlo, che certamente poteva esprimersi anche da fermo, accettò i 4 milioni annui della Juventus a 32 anni, non si comprende esattamente perchè Toure se ne sarebbe dovuti meritare il triplo.


Ora che il treno è passato, ora che Mancini è a spasso, ora che Guardiola ha nel radar tutt'altra situazione, ora che la Champions è comunque una chimera, potrebbe essere terapeutico per giocatore e agente farsi una semplice domanda: "Cosa resterà di Yaya Toure?".
La risposta, schietta e lucida, andrà trovata prima che pubblico ed addetti ai lavori smettano definitivamente di cercarla.

lunedì 11 gennaio 2016

Così la Cina cambierà il calcio mondiale





Come nasce uno tsunami?
Prendete un movimento tellurico, di quelli che fanno storia; prendete un'onda anomala che assume vita al largo delle coste, lontano da occhi indiscreti; prendete una marea che si ritira per centinaia di metri, dopodiché attendete che la natura mostri la sua forza devastante.
Nell'economia del calcio globale c'è ormai da tempo un nuovo giocatore che sembra avere in mano sempre le carte vincenti e che agisce in maniera metodica e inesorabile, proprio come uno tsunami, promettendo una devastazione, intesa come stravolgimento totale,  del calcio per come siamo stati abituati a conoscerlo fino a questo momento: l'economia cinese sta giocando da anni le sue fiches in tutto il pianeta per impadronirsi del gioco globale per antonomasia.
Un percorso studiato e ben stratificato, che sta già assumendo i contorni di una quiete prima di una tempesta e che, se fosse uno tsunami, si collocherebbe temporalmente nel momento in cui la marea si ritira suscitando la curiosità e gli interrogativi di chi la sta a guardare.
Ecco come la Cina potrebbe riuscire a mutare profondamente ed inesorabilmente i contorni del calcio globale, promettendo di riuscire a concentrare i 150 anni di evoluzione del pallone avvenuta altrove in soli 10.


UN AFFARE DI STATO - Come in tutte le grandi storie di evoluzione e cambiamento economico e sociale, serve un gioco di potere per porre le fondamenta di un nuovo corso: Xi Jinping, il Presidente della Repubblica Popolare Cinese, in questo senso è stato l'uomo giusto al momento giusto.
Inserito nell'attuale contesto storico cinese, fatto di eccezionale crescita economica e di sfrenata visione capitalistica, Jinping ha utilizzato la storia dell'umanità per ripercorrere le orme di chi ha utilizzato il calcio come uno strumento di propaganda che fungesse da vettore per il consenso al proprio governo.
In che modo?
Scandendo nel proprio programma tre punti ben definiti: qualificare la Cina alla Coppa del Mondo, ospitare la Coppa del Mondo e vincere la Coppa del Mondo.
Né più né meno di quanto già riuscito a Mussolini nel 1934 ed ai colonnelli argentini nel 1978 e di quanto tentato e clamorosamente non riuscito a Getulio Vargas in Brasile nel 1950, con la disfatta finale (Il Maracanazo) che resta non a caso la storia più incredibile che si sia mai vista nel calcio di alto livello.
La differenza sostanziale è che Jinping ha potuto porre le fondamenta di questo obiettivo nel momento in cui il calcio è diventato meno gioco e più finanza, armando i grandi gruppi industriali e finanziari della attuale seconda economia mondiale per mettere le mani sul calcio di tutto il pianeta, come vedremo più avanti.
Nel frattempo, per essere certo che il popolo segua compatto la sua visione, ha istituito l'insegnamento obbligatorio del calcio nelle scuole a partire dal 2017 e rilanciato in maniera massiccia il campionato locale, la Chinese Super League, rendendolo in pochissimi anni uno dei campionati più ricchi del mondo.


CHINESE SUPER LEAGUE, LA MACCHINA DA SOLDI IGNORATA -
Il campionato cinese ha infatti invertito la tendenza nel 2011, pochi anni dopo un potentissimo scandalo del calcioscommesse che aveva ridotto ai minimi termini la credibilità e il seguito del torneo locale.
Da quell'anno, le cifre messe in campo dagli oligarchi facenti parte delle più grandi aziende del paese, hanno fatto letteralmente schizzare le cifre del calciomercato locale. Tanto che ad inizio 2015, nel silenzio generale, la Chinese Super League era seconda solo alla Premier League per giro di affari relativo ai trasferimenti dei calciatori.


Proprio nel 2011 iniziò a registrarsi un deciso calo delle ex stelle in cerca dell'ultimo contratto vantaggioso prima di imboccare il definitivo viale del tramonto ed un aumento significativo delle transazioni riguardanti calciatori di prospettiva od in piena maturità calcistica, gettando l'esca soprattutto in Brasile attraverso un meccanismo che verrà spiegato più avanti.
In questo contesto si collocò il discusso trasferimento di Conca che, da miglior giocatore del campionato brasiliano, divenne per un periodo il calciatore più pagato al mondo dopo Messi e Cristiano Ronaldo.
Non finirà qui: i ricchi stipendi attrarranno anche calciatori nostrani come Diamanti e Gilardino e garantiranno uno stipendio da 12 milioni annui a Marcello Lippi, che ripagherà sul campo con prestazioni fuori dall'ordinario attraverso la conquista della Champions League asiatica con il Guangzhou Evergrande (guidata da un enorme gruppo immobiliare e responsabile del maxi ingaggio di Conca di cui sopra), che fino a quel momento non aveva mai passato la fase a gironi.
L'obiettivo della Chinese Super League non è mai stato tuttavia l'appeal internazionale, per due sostanziali motivi: il primo è che l'invasione straniera minerebbe l'originario progetto di crescita nazionale, driver di tutte le risorse messe in campo per il torneo locale che mantiene non a caso un numero chiuso di stranieri (massimo cinque).
Il secondo è che ad una decisa crescita locale non si è voluto far coincidere una crescita internazionale, come invece si sta facendo nel mondo occidentale verso est, proprio perché l'economia cinese è un fattore circoscritto e non globale: per dare la misura del non sviluppo cinese dei propri brand all'estero, in quanti risponderebbero alla domanda "quali sono i colori sociali del Gaungzhou Evergrande" senza pensarci?
Il torneo è di fatto un veicolo per ascendere vertiginosamente nel panorama del calcio mondiale ed i tanti nomi esotici attirati sono serviti soprattutto a far riavvicinare il pubblico, che ha risposto ricominciando a popolare gli stadi che ora si attestano intorno alle 20mila presenze medie (non male, in considerazione del fatto che lo sport nazionale non è sicuramente il calcio).
Il progetto cinese segue due strade che portano a due emisferi diversi: il calciomercato sempre più massiccio ed a suon di milioni viaggia verso il Brasile come già detto, mentre il tirocinio dei dirigenti e la formazione dei calciatori attinge le sue maggiori risorse nella vecchia Europa, culla del calcio globale come lo conosciamo oggi.
Andiamo a scoprire come.


TPO E SUPERAGENTI: IL "SACCO" BRASILIANO - Come sempre accade quando parliamo di cifre folli per trasferimenti di calciatori, ritroviamo le immancabili e famigerate TPO, che in Cina costituiscono la fonte principale di approvvigionamento di calciatori.
Il meccanismo, spiegato in maniera eccelsa e completa dal collega Nicholas Gineprini, vede protagonista soprattutto il fondo Europe Sports Group che nel tempo è arrivato a controllare i cartellini di circa 50 giocatori militanti o che hanno militato nella massima serie cinese. Con una caratteristica in comune: arrivano praticamente tutti dal campionato brasiliano che, come già raccontato più volte su questo blog, si è avvitato da molto tempo in una crisi strutturale e finanziaria che ha favorito la crescita dei fondi d'investimento proprietari dei cartellini, oggi controllanti una percentuale "bulgara" di calciatori.
Inoltre, per aggirare i recenti divieti della FIFA, le terze parti si erano mosse per tempo andando a mettere piede direttamente nei club attraverso i quali fanno transitare i propri giocatori fingendo una transazione tra club che è in realtà una speculazione da far finire nelle tasche degli investitori.
Ma come si è creata la connessione tra TPO e mercato cinese?
La testa di ponte, come spiega ancora Gineprini, si chiama Joseph Lee ed a metà degli anni '90 ha un'idea che si rivelerà vincente: fondare un'agenzia di mediazione per i trasferimenti dal Brasile, paese nel quale prese contatti a seguito di una permanenza decennale a Sao Paulo, ai campionati asiatici che all'epoca avevano grandi ambizioni.
Basti pensare alla J-League, il campionato giapponese, che a metà anni '90 aveva costituito la pensione dorata per tanti giocatori brasiliani (uno su tutti fu Dunga, attuale Ct del Brasile).
L'agenzia, battezzata Keirin Soccer, conoscerà una crescita esponenziale anno dopo anno e nel momento in cui la Chinese Super League diventa un affare faraonico dato l'imponente giro di affari, raggiungerà il suo punto più alto: è il 2014 l'anno in cui la Keirin mette in piedi un giro di affari pari a 36 milioni di Euro, una cifra iperbolica se pensiamo al fatto che grandissima parte dell'Europa che conta vi è stata esclusa.



La Keirin porta in Cina giocatori come Vagner Love, Diego Tardelli e Lucas Barrios mediandone i trasferimenti e raccogliendo ricchissime commissioni.
Come fanno a convincere questi giocatori, non ancora al canto del cigno, ad accettare la Cina? Con una vagonata di soldi ovviamente, offerti dai club a calciatori che non troverebbero ingaggi così alti altrove.
Vale anche per gli allenatori, ultimi in ordine di tempo Scolari e Menezes.
Proprio Menezes, qualora ce ne fosse bisogno, confermerà con le sue parole che "l'offerta è fuori da questo mondo, da un punto di vista finanziario impossibile da rifiutare".
Invece Pato, a riprova del fatto che ci sono sempre le eccezioni, in tempi recentissimi ha voltato le spalle all'opportunità di diventare il quarto giocatore più pagato al mondo.
Con gli introiti in crescita, Joseph Lee si è comprato un club (il Desportivo Brasil) ed ha aperto una scuola calcio a San Paolo con l'obiettivo di formare calciatori brasiliani ma soprattutto cinesi con l'obiettivo di inserirli nella Chinese Super League.
Per riassumere la crescita cinese è sufficiente un dato: negli ultimi quattro anni è passata dall'essere il 60esimo mercato calcistico a piazzarsi al nono posto in questa particolare graduatoria.
C'è aria di concorrenza ai campionati nazionali europei di blasone?
Non esattamente, perchè per questo emisfero la strategia cinese aveva ed ha tuttora piani molto diversi.



TRA DIVERSIFICAZIONE ED ACADEMIES: GLI INVESTIMENTI IN EUROPA
- La strada che la Cina ha scelto per l'Europa coincide con un aspetto fondamentale dell'economia locale: la necessità di "diversificare", cioè di virare gli investimenti di capitali in settori e mercati diversi a causa della propria saturazione interna.
Ecco allora che in un'economia in recessione come quella europea, gli imprenditori cinesi hanno trovato il terreno ideale per dare il via ad un piano globale di investimento che vede il calcio in prima battuta, per procurarsi diversi vantaggi: oltre ai meri guadagni di un calcio che porta i più alti introiti del pianeta, controllare un club può essere un importante veicolo per arrivare più facilmente a forti investimenti in altri settori, come ad esempio quello immobiliare ormai svalutato in Cina dalla bolla speculativa del 2014 che fece saltare il mercato.




Emblematico è il caso dell'Atletico Madrid, acquisito al 20% da Wang Jianlin (Wanda Group) per poter più facilmente realizzare il progetto Eurovegas, una sorta di Las Vegas europea ancora in embrione o per cercare di costruire il nuovo stadio dei Colchoneros.
Jianlin è lo stesso uomo che ha acquisito Infront poco meno di un anno fa, con la prospettiva di poter organizzare le hospitality negli stadi italiani: stadi che hanno bisogno di essere rinnovati o costruiti da zero e che possono diventare affari vantaggiosi per investitori cinesi pronti a finanziare progetti che in Italia sono tanto urgenti quanto privi di fondi sufficienti da poterli prospettare in breve tempo.
La presenza nel calcio spagnolo dei cinesi ha già preso piede da tempo e gli esempi non mancano: l'Espanyol dovrebbe presto finire sotto il controllo della Rastar, una Società di videogiochi che ha una clausola di acquisto per il pacchetto di maggioranza del club catalano.
La compagnia di comunicazioni cinese Qianbao, invece, sponsorizza in maniera congiunta Rayo Vallecano e Real Sociedad, con conseguenze sicuramente visibili sulla gestione dei due club.
Stigmatizzando sull'amichevole, resa trofeo, giocata in Cina tra le due compagini, si è scoperto quest'estate che nel contratto con il Rayo lo sponsor aveva inserito come clausola l'acquisto di un giocatore locale: è così che Zhang Chengdong è diventato il primo calciatore cinese ad essere tesserato in Liga.
Una clausola che l'allenatore del Rayo Paco Jémez non ha preso affatto bene, dichiarando in maniera piccata che "uno sponsor non dovrebbe mai ficcare il naso negli affari di campo".
Il colosso energetico CEFC ha invece acquisito il 60% dello Slavia Praga nell'ambito di un progetto di investimenti molto variegato: oltre al calcio, che garantisce ritorno di immagine, nella lista di CEFC ci sono prestigiosi immobili della capitale da utilizzare possibilmente con destinazione commerciale.
L'investimento principe è sicuramente quello di CMC e Citic, che hanno acquisito il 13% di City Football Group, la holding che possiede il Manchester City e gli altri tre club sparsi tra USA, Giappone e Australia: l'accordo prevede la creazione di una piattaforma per la promozione del brand in Cina mentre in cambio il gruppo metterà a disposizione dei cinesi la propria competenza in campo calcistico.





Un fattore decisivo per i cinesi che nel calcio europeo cercano soprattutto di fare esperienza: una sorta di formazione nel vecchio continente per accelerare la crescita del proprio movimento sulla base di quanto acquisito.
Non è solo l'acquisire competenza ciò che interessa ai cinesi: entrare in un club europeo significa anche stringere interessanti partnership per le academies di formazione dei calciatori, una parte di sviluppo su cui la Cina ha spinto fin da subito il piede sull'acceleratore.
Proprio in Cina, sponda Guangzhou, si trova l'academy più grande del mondo per cui sono stati investiti qualcosa come 130 milioni di Euro, tra infrastrutture e struttura di scouting. Cifre da brividi se paragonate a quanto siamo abituati a investire sui giovani nel nostro paese.
In questo senso va visto l'acquisto del club olandese Ado Den Haag, ben sapendo che l'Olanda ha i centri di formazione per i nuovi talenti tra i più prolifici d'Europa: l'accordo tra la United Vansen Sports International (lo stesso gruppo che detiene i diritti della Supercoppa Italiana in terra cinese) e il club olandese prevede proprio la formazione di academies per giovani talenti cinesi in cambio dell'espansione del brand sui mercati orientali.
A tutte queste operazioni si devono aggiungere le innumerevoli partnership commerciali strette con i club di tutta Europa, tra cui spicca il Real Madrid e il recente lancio di un canale all news riferito al Manchester United.
L'Italia, invece, è per il momento snobbata dagli investimenti cinesi, che preferiscono forse partire da strutture più all'avanguardia per la formazione dei propri giovani.
Tuttavia nell'acquisizione cinese del Pavia c'è da trovare qualcosa in questo senso, visto che è stato patrocinato un corso per allenatori cinesi presieduto da Giancarlo Camolese, come esponente della scuola italiana.




Il piano cinese è quindi chiaro: massiccia migrazione dal Brasile per dare appeal al campionato, massicci investimenti nella creazione di giovani talenti e acquisizione di esperienza e competenze dal calcio europeo.
Un gioco che se riesce perfettamente, è destinato a stravolgere il mappamondo del calcio nell'arco dei prossimi 10-15 anni.
La OPA della Cina sul calcio è lanciata: non resta che attendere di capire se il paese asiatico, attraverso le sterminate risorse che può mettere in campo, è davvero in grado di dominare il panorama calcistico del futuro.





 

venerdì 8 gennaio 2016

Fondi d'investimento e Serie A: a che punto siamo?



Mi ricordo i tempi in cui spiegare il ruolo dei fondi d'investimento nel calcio era un lavoro che aveva ampia considerazione, ampio raggio, ampio interesse, molta gratificazione.

Era bello perché il lettore lo percepiva come una cosa lontana, che riguardava qualcun altro, che comunque andasse non poteva mai inquinare una passione, come fosse una cosa guardata da una finestra nella sicurezza delle proprie quattro mura.

E poi? Poi ha fatto la sua entrata in scena Doyen in una caldissima estate di mercato e in uno dei club più importanti in Italia e nel mondo, il Milan e nulla è stato più come prima.

Da quel momento in poi i fondi d'investimento per qualcuno erano una macchietta da cabaret, per altri una scusa per tirare fango, per altri ancora uno scandalo di portata gigantesca da associare ad un club: quando è diventata una questione di bandiera, in altre parole, la questione ha iniziato ad essere strumentalizzata secondo convenienza e così svilita della propria inquietante essenza.

La stampa di alto livello non ha aiutato, informando in modo approssimativo e cambiando versione più volte senza mai riuscire a far intendere come opera un fondo di investimento, perché lo fa, perché sarebbe stato meglio evitarlo o perchè sarebbe stato meglio metterselo a fianco: si è fatto invece un gran minestrone, spesso omettendo informazioni vitali per la comprensione e spesso aggiungendo informazioni vacue, fuorvianti e superflue.
E allora, amici miei, è il caso che ripartiamo dall'inizio e cerchiamo di capire veramente cosa ci fa la finanza nel calcio, in quale modo si comporta e in quale modo ha operato e sta operando in Serie A cercando di svestirci tutti, me compreso, della sciarpa con i propri colori del cuore per qualche minuto.


TPO/TPI: ISTRUZIONI PER L'USO - Ciò che l'informazione in Italia ha a mio avviso fallito su tutta la linea è stato l'approccio ai fondi di investimento nel calcio: ogni qualvolta c'è stato da commentare un affare o una sinergia con un fondo, si è fatto passare un messaggio fuorviante che metteva il club in controllo della situazione e il fondo come strumento di cui il club si serviva per fare i propri interessi.
Ecco: prendete l'asserzione e ribaltatela completamente perchè le cose stanno da sempre nel verso opposto, con i fondi a controllare le trattative ed a servirsi dei club per farle andare nel verso desiderato. Per un motivo tanto semplice quanto comprensibile: sono i fondi e non i club ad avere la grana vera e, anzi, se i club fossero tutti benestanti i fondi di investimento non avrebbero alcuna ragione di esistere.

Preso e memorizzato questo dogma base di tutta l'attività di un fondo, gran confusione si è spesso fatta su differenze e conseguenze di TPO e TPI, due possibili vesti di una realtà di questo tipo.
 TPO, che sta per Third Party Ownership, sta a significare che una terza parte, quindi un fondo, ha il possesso parziale o totale del cartellino di un giocatore e che pertanto un club che ne vuole acquisire le prestazioni dovrà rivolgersi alla terza parte per avviare una trattativa, a prescindere dal club per cui il soggetto in questione stia giocando.
I rovesci della medaglia di una TPO, nella quale è molto difficile non imbattersi negli ultimi anni in sede di calciomercato, sono in buona sostanza due: il primo è che nuoce gravemente alla valorizzazione ed alla carriera di un calciatore, perchè detto calciatore è esposto a continui spostamenti e cambi di casacca che alla lunga possono destabilizzarne la continuità di rendimento (un caso su tutti: Falcao); il secondo è che nuoce gravemente all'economia del calcio, perchè i soldi che una TPO incassa da un'acquisizione non vengono necessariamente reinvestiti nel mondo del calcio ma spesso vengono portati fuori per farci altro in altri contesti e settori, come quello del trading finanziario che di certo non ha a che fare con la crescita sportiva di un club.

TPI, che sta per Third Party Investment, è un caso molto più pericoloso della TPO perchè presuppone che la terza parte, il fondo, metta direttamente piede nella sede di un club e ne entri nella gestione delle risorse economiche con un giochetto semplice e, fino a poco tempo fa, pulito: erogare finanziamenti ai club in cambio di corsie preferenziali sul controllo dei giocatori in rosa e/o in cambio di percentuali sulle transazioni riguardanti i giocatori possibilmente comprati con il finanziamento erogato.
Questo è il gioco in cui ha rischiato di finire il Milan con Doyen  e che fortunatamente il club rossonero ha fermato sul nascere, perchè le conseguenze di tale condotta per qualche club in Europa sono state devastanti: il Seraing, serie B belga, non potrà fare mercato in nessun modo fino al 2018, il Twente in Olanda non potrà partecipare alle competizioni europee per i prossimi tre anni.
Le sanzioni a questi club si sono rese necessarie proprio nel momento in cui si è appurato che detti club avevano inserito nella propria gestione finanziaria il controllo parziale di Doyen Sports: il Seraing gli ha ceduto parte dei diritti economici di diversi giocatori, avendo siglato contratti che permettevano alla stessa Doyen di influenzare le decisioni e l’indipendenza del club in materia di trasferimenti.
 Il Twente invece ha prodotto documentazione lacunosa ai fini dello spiegare in maniera convincente per quale motivo assicurava a Doyen percentuali fra il 10 e il 50 per cento sulle future vendite di sette giocatori in cambio di un finanziamento da 5 milioni.

Attenzione, perchè a confondere TPO e TPI ci vuole veramente poco: ci è cascata anche La Gazzetta dello Sport che, nell'analizzare le possibili conseguenze dell'affare Calleri (un ipotetico caso di TPO che leggeremo tra poco) ha citato la sanzione del Seraing avvenuta per tutt'altri motivi (un emblematico caso di TPI): entrambe le pratiche sono da evitare e formalmente illegali, ma versare soldi ad un fondo in una transazione è ben più tollerato che metterlo in condizione di controllare parte delle finanze di un club.
Nonostante il ban della Fifa dello scorso maggio, complice anche i tanti scandali che hanno investito l'associazione, il fenomeno TPO è addirittura in espansione mentre, fatto salvo per la penisola iberica dove sono le associazioni locali a sfidare le regole mondiali, il fenomeno delle TPI sembra aver quantomeno rallentato.
Tutto questo, ovviamente, vale e non poco anche per la Serie A.


L'AFFARE CALLERI: IL GIOCO DELLE IPOTESI - La vicenda Calleri è la prima che vado ad analizzare, dal momento che riguarda da vicino la squadra che tifo e seguo.

Ebbene, la questione TPO nasce nel momento in cui il Presidente del Boca Juniors Angelici annuncia la cessione del suo giocatore ad un fondo di investimento inglese che provvederà poi a piazzare in Serie A il giocatore, con destinazione privilegiata Inter che con il Boca tratta il giocatore da diverso tempo.
La terza parte in questione si chiama Stellar Sports Management e fino a questo momento si è mossa solo come agenzia di procura per calciatori che nel tempo si è espansa fino a diventare l'agenzia di riferimento per la Premier League, non proprio un torneo da niente: Stellar ha mediato il trasferimento di Gareth Bale dal Tottenham al Real Madrid e ha preso la procura di tanti altri giocatori, tra cui Ashley Cole e Szczezny, entrambi poi finiti a militare nella Roma.
Come fa un'agenzia a diventare fondo di investimento? secondo i ben informati, utilizzando un club che si chiama Deportivo Maldonado ed è noto per essere specializzato in brokeraggio di calciatori, fungendo da sponda per una triangolazione che garantisce una pressione fiscale molto più vantaggiosa, un po' come se un club italiano per vendere un suo giocatore a un fondo utilizzasse un club svizzero per avvantaggiarsi delle migliori condizioni del fisco.

Sì, ma cosa c'entrano Stellar e Deportivo Maldonado? Hanno una connessione intrinseca, nel senso che il Presidente di Stellar Group Jonathan Barnett e il Chairman del Maldonado Malcolm Caine sono soci in affari nella loro terra di origine, il Regno Unito, dove sono coproprietari di un cavallo da corsa e nel contempo quindi soci in affari nell'imprenditoria ippica.
Dal Deportivo Maldonado, Calleri andrebbe al fondo Stellar che lo girerebbe in prestito al Bologna, un prestito secco che rimetterebbe il giocatore sul mercato a partire dalla prossima estate e che nel contempo offrirebbe all'Inter una prelazione sul suo possibile futuro acquisto.

Tutto questo viene ad oggi riportato al condizionale perchè nulla di tutto questo si è ancora concretizzato: nonostante i fiumi di inchiostro fluiti nell'ultimo mese, la situazione attuale vede Calleri ancora al Boca Juniors senza che il Maldonado abbia ufficializzato l'acquisizione, la cessione al fondo e senza che il fondo abbia ovviamente ufficializzato l'acquisizione e il prestito al Bologna, che peraltro proprio oggi ha smentito la trattativa.
Solo chiacchiere? Probabilmente, ma il prestito da parte di un fondo di un giocatore ben quotato a un club piccolo e probabilmente sottolivellato come il Bologna sarebbe una tipica strategia da TPO, per far emergere prima il giocatore, amplificarne il valore e puntare a rivenderlo con un consistente margine magari in seguito ad un'asta di mercato.
Uno scenario già tentato (e non riuscito) in Italia con Mpoku, Lestienne e Correa tra gli altri.

Dall'altra parte c'è un'Inter sotto la lente della Uefa che ha l'obbligo di trasparenza assoluta sulle transazioni di mercato e che, senza volerne fare per forza una questione etica, sembra lontana anni luce dal potersi permettere un trasferimento finanziariamente chiacchierato.
Del resto l'Inter si ritirò dall'affare Dybala proprio nel momento in cui un altro fondo ne acquisì i diritti per poi rivenderlo al Palermo e incrociò il fondo Sonda co-proprietario del cartellino di Juan Jesus nel momento in cui il fondo stesso impose la triangolazione via Coimbra (club riportato a bilancio Inter come quello di provenienza di Juan Jesus, che giocava nell'Internacional) per avvantaggiarsi a livello fiscale.
Quando si avranno delle certezze su questo affare, non mancheranno da queste colonne approfondimenti, analisi e scenari. Il mondo delle terze parti è in continuo movimento, come stiamo per vedere.


DOYEN-JUVENTUS, LA NUOVA SINERGIA - Per ironia del destino dopo un'estate trascorsa a cercare i legami tra Doyen e Milan, finisce che la collaborazione sia in realtà tra Doyen e Juventus.
Lo ha certificato lo stesso Nelio Lucas, volto ormai conosciuto, in un'intervista dello scorso ottobre in cui definì la Juventus un club "amico".
I sospettosi della prima ora avevamo già intravisto nel mercato estivo della Juventus qualcosa di diverso da solito, quando Doyen ha messo le tende nella sede dell'Olympique Marsiglia portando come fiche di ingresso i 25 milioni con cui l'ormai svalutato Imbula è stato trasferito al Porto, altro club in pienissima orbita Doyen Sports.

La sinergia con Doyen, alla luce delle dichiarazioni di Nelio Lucas, può essere la spiegazione del trasferimento a costo zero di Llorente al Siviglia (ove Doyen è di casa da diversi anni) e della cifra spropositata pagata per un Alex Sandro in scadenza (manco a dirlo, al Porto che aveva appena speso una cifra uguale per Imbula), mentre gli affari con l'Olympique Marsiglia dell'ultim'ora, secondo la ricostruzione della stampa francese, sono stati un vicendevole scambio di favori per liberarsi di tre reciproci esuberi ormai difficili da piazzare in una botta sola: Lemina, Isla e De Ceglie.
Il nome nuovo è Allisson, che Doyen sta cercando di portare dal Brasile in Italia utilizzando come vettore privilegiato magari proprio la Juventus: staremo a vedere.

L'intesa Juventus-Doyen va giudicata secondo coscienza e nella piena consapevolezza che nell'oceano del calciomercato gli squali sono sempre presenti ed affamati, tanto che alla fine qualcuno ritiene conveniente banchettarci assieme.
Ma d'altro canto è sicuramente il caso di sottolineare che il tipo di rapporto è molto diverso rispetto a quello che si stava formando al Milan, ove Doyen poteva divenire non un pregiato interlocutore ma un'entità che agiva in nome e per conto del club, proprio come sta succedendo da qualche mese all'Olympique Marsiglia e proprio come è accaduto ai già citati Seraing e Twente.


TUTTO IL RESTO -
Se eravate ignari di cosa fosse una TPO prima di leggere queste righe, rimarrete basiti dalla moltitudine di esempi che potete trovare in Serie A, ove gran parte delle trattative si fanno in tre.
E' il caso di Cerci, che si sta muovendo dal Milan al Genoa e che probabilmente sarebbe già lì se non fosse per il fondo qatariota che ne detiene il 50% del cartellino e che si è messo di traverso ad inizio trattativa, scontento della destinazione del proprio investimento.
Abbiamo già citato Mpoku, Correa e Lestienne, investimenti poco riusciti mentre di contro c'è chi su Iturbe ha innestato un giro di soldi tremendo tra Porto, Roma, Verona guadagnandoci benissimo.
Felipe Anderson è stato portato in Italia dalla Lazio attraverso Doyen Sports ed una trattativa interminabile (ce lo vedete Lotito a trattare con una entità il cui unico scopo è il lucro?), Emerson è stato acquistato dalla Roma con la collaborazione di Elenko Sports, un fondo molto attivo in Brasile e soprattutto nel Corinthians.
E poi ancora Perotti era posseduto per una parte da un altro fondo qatariota, Carbonero idem con la differenza che del fondo che lo possiede non si sa nemmeno la nazionalità oltre alle generalità, Estigarribia è stato a lungo gestito da una terza parte.
Molti altri ce ne sono ancora, perchè scoprire questo tipo di affari non è facile come non è facile scoprire chi muove i fili dei vari fondi di investimento, tra generalità insabbiate e scatole cinesi.
Tutto questo avviene senza che la FIGC o la Lega Serie A abbiano mai aperto bocca su una pratica vietata dalla FIFA che gli passa sotto gli occhi.


Insomma, questi fondi vanno presi per quello che sono: entità che sono nel mondo del calcio unicamente per muovere ed incamerare soldi, senza troppi giri di parole e senza guardare in faccia a chicchessia.
Ormai si sa abbastanza per poter esprimere un giudizio che può essere di qualunque colore, forma, entità perchè è pur vero che squadre come Atletico Madrid e Siviglia sono diventate grandi in campo anche grazie a loro, mentre ad altre realtà è andata decisamente peggio come abbiamo visto.
Può andar bene o male, ma con il fondo si rischia.
Purché poi il fondo, alla fine, non ci si trovi a raschiarlo.


mercoledì 21 ottobre 2015

Caro Bucchioni, ecco perchè sull'Inter non mi ha convinto




Caro Sig. Bucchioni,

le scrivo una lettera aperta nel tentativo di confrontarmi con lei su alcuni temi che ha recentemente trattato, senza alcuna presunzione e nel massimo rispetto della sua figura.
Ritengo opportuno un preambolo di presentazione: ad oggi sono un blogger, giornalista pubblicista in qualifica e quando lei ha iniziato ad esercitare la professione io non popolavo questo pianeta.
Tuttavia oggi ho un'eta sufficiente per avere un barlume di ragione, qualche collaborazione su qualche sito sportivo, qualche conoscenza sull'universo calcistico sviluppata attraverso letture, studi e fortunati incontri, pochi(ssimi) emolumenti e un blog attraverso cui esprimermi liberamente.
Non mi nascondo nel dire che sono un tifoso interista dalla nascita e che ho spesso abusato di tale posizione per prendere le difese del club quando maltrattato, ma oggi non sono qui per difendere l'Inter ma per difendere la buona informazione, basata su fatti e riscontri.
Ho la fortuna e il privilegio di poter seguire le vicende della mia squadra da vicino e dovendo costruirmi una credibilità sufficiente da garantirmi il proseguio di questa avventura non posso fare altro che documentarmi continuamente su quanto accade all'interno ed intorno al club.

Ieri sera su imbeccata di un professionista che stimo e da cui cerco di imparare qualcosa come Andrea Montanari, ho seguito la puntata di Calcio € Mercato su Sportitalia e mi sono trovato ad ascoltare i suoi interventi ponendomi delle domande sulla totale dissonanza di contenuti tra quanto stava esprimendo lei e quanto ho riscontrato io ed altri miei simili con cui c'è stato confronto sull'argomento.
Ho seguito in diretta la trasmissione e ho trovato poi la trascrizione delle sue parole sul sito InterNews e su queste vorrei proporle il mio punto di vista, argomentando perchè il suo intervento non mi ha affatto convinto.
Vado con ordine:

«Mi sembra che l’Inter abbia investito molta su se stessa, che pagherà fino al 2017 i giocatori che ha acquistato quest’estate. Se non dovesse andare in Champions League, sarebbe una situazione allucinante. Il caso Parma potrebbe non essere l’ultimo in Italia»


Partirei dal fondo: il paragone con il Parma.
Ora, che il Parma (e con lei 75 club tra Serie B e Lega Pro in 7 anni, tra l'altro) sia fallito lo sappiamo tutti ma sul perchè sia fallito aprirei un piccolo dibattito con lei.
Punti di contatto tra Parma e Inter ne vedo veramente pochi, a partire dall'ordinamento giuridico che contrappone la Srl che fu il club ducale alla Spa che è tuttora il club nerazzurro. Non è un particolare da poco, considerando che per costituire la prima serve un capitale sociale di almeno 10.000 euro e per dar vita alla seconda il capitale dovrebbe essere 5 volte maggiore.
Il Parma nell'estate 2013 aveva 230 giocatori a bilancio nel tentativo di formare una sorta di network internazionale utilizzando come sponde Gubbio e Nova Gorica (Slovenia), valore a cui è stata data una decisa sforbiciata a seguito della nota non concessione della licenza Uefa. Inoltre nella medesima stagione il mercato dei ducali ha avuto un saldo netto di € 55 milioni in ricavi ed € 108 milioni in costi.
L'Inter ha sicuramente una situazione di squilibrio finanziario da sistemare, ma di cartellini sotto controllo ne ha molti meno nonostante la Società sia maggiormente strutturata e popolata di quella del Parma; inoltre non ha portato i suoi debiti da 16 a 197 milioni in otto anni mantenendo lo stesso giro di affari come operato dal club ducale e nessun revisore ha finora evitato di garantire la continuità aziendale, che per l'Inter è garantita almeno fino al Novembre del 2016.
Le lascio quindi in eredità una domanda: come esattamente la situazione gestionale ed amministrativa dell'Inter potrà mai assomigliare a quella del Parma?
La Champions League è urgente, ma la situazione allucinante a cui lei ha fatto riferimento è possibilmente rattoppabile con qualche cessione eccellente, con almeno tre giocatori che ad oggi possono superare i 25 milioni di Euro di valutazione, portando in cassa quanto non introitato dalla Champions League con lo svantaggio di un ridimensionamento tecnico e con l'aggravio di un possibile provvedimento Uefa.
Come nota a margine, cosa detta da nessuno ieri in studio, aggiungo che durante la sessione di mercato l'Inter ha ricavato dalle cessioni una cifra maggiore rispetto a quanto ha effettivamente speso.
In un quadro come questo, i presupposti per un caso analogo a come si è strutturato quello del Parma sembrano assolutamente inesistenti: lascio a lei ogni opportuna valutazione in merito.


«Se Erick Thohir non fosse intervenuto due anni fa, l’Inter sarebbe fallita. Ha spalmato il debito di Massimo Moratti, ma i soldi da pagare restano e sono spese di una follia assoluta. Nel calcio uno più uno raramente fa due, ma non è certo che arrivi primo con la squadra più forte del Mondo. E l’Inter ce la fa ad arrivare prima o seconda?»


In aggiunta a questo virgolettato riportato dal sito citato più su, ricordo di aver sentito nitidamente una sua frase: "l'Inter oggi è tecnicamente fallita".
Vorrei oggi approfondire e chiederle cosa racchiude quel "tecnicamente fallita".
Io non sono né un analista né un lupo di Wall Street ma sono certo che ci siano delle leggi fallimentari che disciplinano tale materia e che andrebbe accertato uno stato di insolvenza che ad oggi nella holding controllante l'Inter non è riportata in nessun documento, né è mai stata certificata in passato.
Se il concetto si riferisse alla perdita c'è da dire che, fermo restando che i soci hanno sempre coperto integralmente le perdite, le perdite di bilancio non sono il presupposto del fallimento come invece è l'insolvenza, mai stata attivata fino a questo momento né dai creditori né da un PM.
Mi sento di poter dire che l'Inter non sia tecnicamente fallita come non lo era due anni fa, quando Moratti ripianò di tasca sua nell'ultimo CDA da Presidente dell'Inter circa € 80 milioni di perdite e quando Thohir era in procinto di entrare come azionista di maggioranza e non come commissario straordinario né curatore fallimentare.
Spero infine di trovarla d'accordo se le faccio notare con gentilezza che, se nel calcio giocato uno più uno può fare tre, in economia anche calcistica uno più uno farà sempre ed inesorabilmente due.



«Moratti è il responsabile di questa situazione e adesso fa la “furbata” per non tirare fuori altri soldi per quel 30%, in caso di aumento di capitale. Cerca di scappare ancora una volta, perché se c’è da capitalizzare verrà chiamato in causa ancora. Tutti aspettano, ma l’Inter è sull’orlo del fallimento, anche se ci dicono che non è vero. Anche andando in Champions League, 50 milioni non basteranno per riprendersi».


La "furbata" a cui lei si riferisce è scappare per non ricapitalizzare, ma non sembrerebbe un comportamento logicamente esplicabile nel momento in cui ci sono accordi di governance siglati durante il passaggio societario che indicano, tra le altre cose, come per un aumento di capitale nell'Inter ci sia bisogno dell'approvazione del 90% del CDA e quindi anche della parte di consiglieri legati al 30% che Moratti possiede.
Massimo Moratti può quindi scegliere di dire no all'aumento di capitale, come peraltro già fatto a cavallo tra il 2014 e il 2015, senza bisogno di scappare da alcun obbligo.
Questo peraltro è anche il motivo per cui c'è bisogno dei prestiti fruttiferi di Thohir che lei ha contestato durante l'intervento (l'alternativa è il bond di cui si è parlato in primavera).
Io non so dire con certezza se l'Inter sia sull'orlo del fallimento, anche se credo che il bilancio abbia riserve abbastanza capienti da assorbire le perdite, ma sono certo che non lo possa dire nemmeno lei perchè il dettaglio del bilancio consolidato, quello recante i 140 mln di perdite su cui il suo intero discorso è basato, non è ancora stato redatto né pubblicato e non è pertanto possibile verificare parametri come EBIT o Patrimonio Netto che sono indicatori piuttosto sintomatici sull'effettivo stato di salute o malattia di un'azienda.


«L’Inter come fa a fare mercato a gennaio? Con quali soldi? Il debito c’è e soprattutto c’è il rischio di sforare i parametri del Fair Play Finanziario. Quest’anno al Barcellona hanno bloccato il mercato, l’Inter è sulla stessa strada. Thohir presta i soldi all’Inter e chiede gli interessi? Mi sembra un’assurdità. Di mestiere fa il finanziere, se si stanca di fare questo “gioco”, cosa rimane dell’Inter?».

Questa, vorrei dirlo francamente, è la parte che mi ha lasciato più perplesso.

Il virgolettato non lo riporta ma la sua invocazione sul blocco mercato si riferisce a "la Fifa, che ha bloccato il mercato del Barcellona sulle stesse basi".
Ora: il Barcellona sta per sforare il tetto dei 600 milioni di ricavi, una cifra faraonica che Juventus, Inter e Milan non riescono a raggiungere da sole e che non riusciremmo a raggiungere nemmeno volendo unire gli sforzi delle nostre italiane più blasonate.
La Fifa non interviene peraltro su questioni economiche legate ai club europei lasciando il compito alla Uefa, giacché sul Barcellona prese il provvedimento per irregolarità nel trasferimento di calciatori minorenni e non certo per questioni amministrative.
C'è sicuramente il rischio di sforare i parametri del Fairplay finanziario, che non saranno però presi in esame prima del Giugno 2016, quando il bilancio dell'Inter non dovrà essere più oneroso di -30mln: io non so dire con certezza se tale parametro verrà rispettato ma anche qui sono certo che non lo possa dire nemmeno lei.

Il mio confronto con lei termina qui, Sig. Bucchioni.

Spero di aver espresso in maniera esauriente e senza acredine alcuna i miei dubbi sul suo intervento.
Non metto in discussione che alla fine della storia lei possa avere ragione, ma sono certo che se ciò accadrà non sarà per le ragioni da lei elencate ieri sera che, documenti e numeri alla mano, non rispecchiano la realtà delle cose.
In nome della buona informazione basata su fatti e riscontri, spero di poter avere meno perplessità in seguito ai suoi prossimi interventi.

Rispettosamente la saluto e le auguro buon lavoro.


Fulvio Santucci

mercoledì 2 settembre 2015

Tabula Sparigliata


Ci scusiamo per l’inconveniente, ma questa è una rivoluzione.
Mi sono preso quasi 48 ore per far decantare i lasciti ereditari di un mercato che è andato come più o meno nessuno poteva immaginare, eccezion fatta per i protagonisti e che ha alimentato strada facendo mille voci ora decise, ora contradditorie che lo hanno accompagnato.
Senza Champions l'Inter è fallita, anzi no: contrordine, forse ce la fanno ma non spenderanno un euro, anzi no: precisiamo, forse spendono se vendono però non ci possiamo giurare, anzi no: non spendono più, Mancini ha detto che di giocatori bravi a poco prezzo non ce ne sono, anzi no: Thohir ha i conti alle Cayman, quindi scappa con il malloppo, anzi no: Thohir resta ma se ne va Mancini, anzi no: forse se ne vanno entrambi.
Un'estate italiana, oserei dire: chiacchiere sconfessate alla prova dei fatti, con i sassolini a volare dalle scarpe di chi ha opportunamente taciuto o semplicemente ha solo creduto da subito in un epilogo diverso.
Perchè alla fine di giocatori ne sono arrivati 10, un'intera squadra di movimento a totale misura dell'allenatore.

Prima considerazione: Mancini é stato ingaggiato per dare un indirizzo decisivo all'area tecnica ed ora ne abbiamo la totale controprova dal momento che la squadra è sostanzialmente a sua immagine e somiglianza.
Una schiera di marcantoni a fare da cerniera centrale per un attacco in bilico tra utilità tattica ed enorme tecnica, con una retroguardia totalmente rinnovata in termini di elementi ed affidabilità.
Funzionerà? i presupposti ci sono, ma ad oggi dirlo con certezza non si può davvero.
Tocca a Mancini, dopo che la Società ha fatto il suo (e che suo), prendersi la responsabilità di una squadra che ha pensato e voluto da capo a coda.

Ma come ha fatto esattamente l'Inter a comprare più di tutti?
Per tutta l'estate ho sentito dire "e il Fairplay Finanziario?" e ho pensato che si è fatto un capolavoro riuscendo a trasformare una cosa assolutamente lineare come la matematica in una bolla d'aria da peggiori Bar Sport, visto che questa storia del Fairplay Finanziario è passata di voce in voce e di penna in penna fino a diventare una sorta di custodia cautelare, ove la prima mossa fuori dal seminato scatena le rimostranze dei novelli giustizialisti della finanza.
Poco importava all'Inter che aveva già iniziato la sua campagna andando a prendere già in inverno quel Jeison Murillo che dopo la Copa America, di cui si porta a casa il riconoscimento di miglior giovane, forse sarebbe valso il doppio.
Poi Kondogbia, nella notte di Montecarlo in cui i nerazzurri hanno dimostrato che il lavoro sottotraccia ha un senso, visto che a riempire le prime pagine del francese con addosso la maglia del Milan c'è stato solo di che guadagnarci.
35 milioni sono tanti, ma anche il necessario per portare all'allenatore il profilo da lui indicato come priorità dopo la dipartita dell'affare Touré.
Via via che si avvicendavano i Miranda e i Montoya, iniziavo a leggere e a sentire considerazioni sul fatto che "tutti questi pagherò gli faranno fare una brutta fine".
Quando siamo al 2 Settembre "tutti questi pagherò" sono quattro: Dodò e Brozovic il prossimo Giugno, Miranda e Jovetic tra due anni.
E quasi tutti in pagamento dilazionato, senza che debba star qui a puntualizzare che i pagamenti sull'unghia li fai se ti chiami PSG, Man City, Man United e via dicendo, mentre per il resto del mondo conosciuto il "pagherò" è l'unica soluzione percorribile per permettere determinate operazioni.
Che talvolta nemmeno riescono: vedere alla voce Imbula, strappato dal Porto in un soffio per le migliori condizioni proposte.

In mezzo a tutte queste aperture di portafoglio, c'era una squadra intera in vendita: "Non entra nessuno finchè non esce nessuno" era diventato un mantra, nel sottobosco di trasferimenti rifiutati da parte di chi aveva già annusato il profumo di una squadra che sarebbe stata attrezzata per l'assalto ai vertici, quantomeno da tentare.
Qualche cessione si riesce a fare, altre continuano a dover essere rimandate e l'Inter inevitabilmente entra in empasse, evidenziando come unica possibile debolezza della sessione di mercato quelle tre settimane impiegate per cedere Shaqiri, riuscendo poi peraltro a farci plusvalenza, che forse la dirigenza non si sarebbe aspettata.
Si sarebbe comunque poi capito molto bene che trattare con i tedeschi (in quel caso lo Schalke04) equivale più o meno a bucare un blocco di granito con un onesto Black&Decker in mano.
Shaqiri ceduto, Jovetic arrivato e allora che si fa? Si prova a chiudere Perisic.
Sì, ma ci sono ancora i tedeschi di mezzo e con il Black&Decker se va bene di questo blocco di granito avremo ragione per l'Epifania, altro che il 31 Agosto.
Servono i cannoni di Navarone, altroché. O in termini calcistici, ad esempio, la cessione di Kovacic: 35 milioni allungati da Florentino Perez senza che nessuno si sia scomodato a dire che forse forse erano un po' troppi, anzi. Il messaggio che passa é che l'Inter vende i campioni in nome del bilancio mentre solo due mesi prima invece il Monaco aveva fatto un capolavoro a vendere un 22enne a quella cifra, pensa un po'.
Non sembra, ma con sole due operazioni l'Inter ha già tirato su quasi 60 milioni, inaugurando per sè stessa la tanto attesa epoca del resale value, cioè prendere un giocatore giovane e sapere di poterne rivendere il potenziale a tre volte tanto, cosa che ad esempio non era stata fatta tempo prima con Coutinho.

Nonostante una trattativa di logoramento e l'ansia di molti tifosi che avrebbero volentieri mandato a svernare il DS del Wolfsburg in luoghi poco ameni, l'Inter resta in Germania e colpisce, portandosi a casa Perisic: un altro azzardo che paga, dopo l'asta principesca per Kondogbia, a dimostrazione che in questa sessione se l'Inter si pone un obiettivo prioritario, lo conquista.
Mancherebbe giusto l'ultimo sforzo, ma non è facile: ci vogliono almeno una decina di milioni e la calcolatrice dice che il saldo della sessione potrebbe essere sforato.
Arriva in soccorso l'aiuto che non ti aspetti: la Juventus vuole Hernanes, giocatore tenuto in considerazione ma non certamente al centro del progetto tecnico, uno di quelli che sono l'esatta antitesi del resale value di cui si parlava sopra.
Bene, affare fatto: 11 milioni più bonus che vanno a finanziare Melo e Telles, trattati per tutta l'estate e lasciano il giusto per Eder che poi si complicherà a causa di patti mancati e porterà in dote Ljajic.

Risultato: 10 acquisti, uscite per quasi 87 milioni ed entrate per poco più di 90, che corrispondono a un saldo attivo di 3,2 milioni.
"E il fairplay finanziario?" Eccovelo. Fare in modo che i ricavi siano superiori alle spese, nulla di più e nulla di meno. Questo è il Fairplay Finanziario.
Quello che resta davanti agli occhi è una squadra su cui qualche interrogativo tecnico rimane ma che ha fatto un evidente salto di qualità, risultando anche la più giovane dell'intera Serie A.
Niente male.

Sono troppo lusinghiero, dite? o addirittura aziendalista, se volete essere più maliziosi?
Lo si potrebbe pensare, senza dubbio.
Però provateci voi ad avere una fame da lupi, sentirvi dire per mesi che vi serviranno gallette rafferme e fagioli in scatola per poi trovarvi una tavola apparecchiata con un buffet in grado di soddisfare sicuramente i palati ormai abituati a troppo cibo liofilizzato o appena appena mangiabile.
Provateci voi in queste condizioni a mantenere un contegno imperturbabile mentre i vostri vicini di casa che raccontavano di piatti da gran gourmet preparati sul posto dagli chef stellati vi guardano con una faccia tra l'atterrito e il sorpreso godervi un banchetto che ad occhio sembra nettamente migliore del loro.
Potrete così capire come se la stanno passando in questi giorni i tifosi dell'Inter.

Il tavolo é stato sparigliato per davvero.
Ed ora entriamo in campo e sparigliamo anche le classifiche.



giovedì 16 luglio 2015

il Fairplay finanziario all'italiana: un tappeto su una voragine


E alla fine ci siamo riscoperti formiche, dopo esserci sentiti dire per anni che eravamo cicale.
Come non fosse bastato un solo Fairplay Finanziario, peraltro messo in discussione in sede legale in tempi recenti, ecco arrivare la versione nostrana del più noto provvedimento già sdoganato in tutta Europa.
Un provvedimento voluto dal Presidente FIGC Carlo Tavecchio sulla scia della vicenda Parma, che ha messo in prima pagina una realtà di incurante speculazione causa di un dissesto finanziario sulla carta inestricabile.
Non c'era bisogno del Parma per capire che ci voleva una riforma, bastava ad esempio scartabellarsi i dossier dei 72 fallimenti (appena saliti a 75) che hanno fagocitato la Lega Pro negli ultimi 7 anni.
Tuttavia vale sempre la regola per cui ubi maior minor cessat e il fatto che ci si sia resi conto in colpevole ritardo che anche nella "fatata" Serie A, dimora fino a ieri di una sorta di incantesimo che l'ha resa finanziariamente dispensata da ogni regola, certe cose possono succedere ha accelerato l'ennesimo giro di vite a breve scadenza.
Vediamo come funziona questa regolamentazione.

TRA "INELEGGIBILI" ED INDICATORI: IL TRIENNIO DI FUOCO - Si parte da un presupposto che dovrebbe essere(condizionale d'obbligo quando parliamo di restrizioni in questo paese) una conditio sine qua non; chi possiede o vorrà possedere più del 10% di un club di Serie A dovrà essere incensurato per quanto riguarda reati puniti con più di 5 anni e in qualsiasi caso per frode sportiva, doping e appropriazione indebita, oltre a soddisfare un requisito di attestata solidità finanziaria attraverso istituti bancari di primaria importanza che ne dovranno certificare l'effettiva solvibilità.
In termini molto schietti, bisogna dimostrare preventivamente di avere un piano infallibile per onorare gli impegni presi.
Il parametro principale su cui i club saranno presi in esame a livello contabile  è chiamato indicatore di liquidità: molto semplicemente, ogni club deve attestare a inizio stagione di avere in cassa le risorse necessarie per far fronte a tutti i pagamenti che si prospettano durante l'anno.
Troppo drastico? Forse. E infatti la Covisoc ha previsto che ci siano altri due indicatori da prendere a parametro aventi la funzione di correggere un'eventuale mancanza di liquidità.
Come l'indicatore di indebitamento, un puro esercizio matematico attraverso cui il rapporto tra debiti totali e media triennale del fatturato non deve superare una determinata soglia che va a farsi sempre più sottile da qui a tre anni e come l'indicatore del costo del lavoro, vale a dire il rapporto tra costo della rosa e ricavi che va a stabilire con immediatezza se il club in questione di può permettersi la rosa che ha a libro paga. 
La percentuale di riferimento va a scalare nel corso di tre anni: 90% il primo anno, 85 il secondo e 80 il terzo. Per renderla facile diciamo pure che a fronte di 100 milioni di media ricavi triennale non potrò spenderne più di 90, 85 e 80 nel corso del prossimo triennio.
Se l'indicatore di liquidità è già a posto non c'è necessità di prendere in esame gli altri due. 
Qualora invece fosse dimostrato il buco di liquidità, con uno dei due indicatori in ordine le proprietà possono avere un terzo dello sconto su quanto devono immettere per coprire il suddetto buco, con entrambi gli indicatori correttivi in ordine lo sconto sale a due terzi della cifra costituente l'ammanco di liquidità.
Tutto questo va fatto in tempi stringatissimi, nonostante la gradualità: il mancato rispetto delle norme porterà all'obbligo di presentare un riequilibrio dei conti per questa stagione, al totale autofinanziamento del calcio mercato se la violazione si protrae al 2016/17 e  infine alla mancata iscrizione al campionato 2017/18 in caso di terza violazione, per poter così arrivare all'obiettivo principale valido per tutti: il pareggio di bilancio per la stagione 2018/19.
Se il 18/19 fosse oggi, parola di Tavecchio, solo cinque club sarebbero iscritti al campionato.
Lo potreste mai ritenere possibile, in un paese come l'Italia?

UN VENTENNIO DI POLITICHE MIOPI  - Tutta questa voglia di pareggio di bilancio in fretta e furia fa letteralmente a pugni con quanto si è deciso attorno al calcio italiano negli ultimi 20 anni.
In sostanza è come se foste incoraggiati a fare un utilizzo smodato di un edificio, usurandolo senza mai preoccuparvi di dovervene prendere cura e vi dicessero dopo un ventennio di eccessi a cuor leggero che avete 3 anni per ristrutturarlo a vostre spese e riportarlo ad uno stato nuovo, quasi fresco di costruzione, pena lo sfratto senza troppi problemi.
La storia inizia simbolicamente nell'Agosto del 1993, allorché la nostra Serie A conosce per la prima volta l'ebbrezza della paytv e negli anni perde letteralmente la testa, considerando una miniera inesauribile ciò che negli anni la ormai antica Tele+ versa annualmente ai club. Tra il 1996 e il 1999 piovono sui club 400 miliardi delle vecchie lire che i Presidentissimi di allora si possono intascare pressoché integralmente, grazie a una mossa del governo allora in carica che abroga un obbligo di reinvestire in attività sportiva fatto salvo per un misero 10% da destinare ai vivai di cui nessuno tiene ormai più conto.
Al termine del triennio, altro provvedimento ad hoc dal governo: i club potranno dalla stagione successiva (99-2000) andare a trattare direttamente i diritti tv con le emittenti senza più passare dalla Lega Calcio. Grazie alla discesa in campo di Stream il giro di introiti esplode ed arriva a 1000 miliardi di lire, ma tali risorse iniziano a creare una forbice sempre più incolmabile tra i club con maggiore bacino di utenza e quelli minori, creando una mappa geopolitica che darà luogo alle famose "sette sorelle" di cui parlano quotidianamente i giornali in quegli anni.
La situazione sfugge del tutto al controllo, perchè i diritti tv diventano l'unico credo di chi naviga nel calcio italiano di alto livello ed altre entrate come botteghino e sponsorizzazioni commerciali iniziano ad essere snobbate senza che nessuno faccia nulla per preoccuparsene. Questo diluvio di milioni uscirà senza nemmeno il tempo di averlo incamerato per pagare stipendi, cartellini e ammortamenti di giocatori sempre più pagati nella corsa al campionissimo in corso in quegli anni: in pratica tutto l'indotto dalle televisioni viene eroso in costo del personale mentre altrove inizia una politica di salvaguardia degli investimenti mirati e del virtuosismo di cui vediamo gli effetti oggi.
Il problema italiano è che non c'è solo il personale da foraggiare ma anche importanti costi di gestione a cui far fronte: la corsa a chi compra a cifre più alte non si ferma neanche lì e gradualmente le casse si svuotano fino ad arrivare ad un indebitamento di circa due miliardi di Euro  nel 2003.
Ristrutturazione? Manco a parlarne, meglio la scorciatoia contabile. Come le false plusvalenze: un giro di soldi virtuali che drogano i bilanci di Società che si scambiano vicendevolmente cifre assurde per giocatori il più delle volte quasi mai scesi in campo. L'alleanza più proficua in questo senso è quella Lazio-Parma, i due club i cui presidenti non a caso faranno crack di lì a poco ma anche il giro di giovani e carneadi (Brncic uno su tutti) inscenato tra Inter e Milan e le plusvalenze dorate della Roma nelle vendite al Palermo (club con lo stesso proprietario, Franco Sensi) fanno la loro parte.
Quando Gazzoni denuncia il giochetto il governo interviene nuovamente con il famigerato decreto salvacalcio, che permette di svalutare il parco giocatori su 10 anni permettendo ai club più erosi (soprattutto le milanesi e le romane) dalla gestione spendacciona di assorbire perdite altrimenti devastanti. Un provvedimento che poi la Commissione Europea attraverso Mario Monti ridurrà a soli 5 anni inguaiando parzialmente soprattutto il Milan e l'Inter, che dopo le rispettive Champions League conquistate saranno costrette a una dieta forzata ben lontana dai lustri di un tempo.
Fino all'ultima energica spintarella che le istituzioni danno ai club nel 2007 per mettere una pezza allo sconvolgimento creato da Calciopoli: non si tiene più conto del rapporto tra debiti e ricavi purchè si inquadrino i requisiti aziendali previsti dal Codice Civile e si sia a posto con i contributi. Un'ulteriore benda che le istituzioni si mettono per fare in modo che i fatti di Calciopoli e le conseguenze in termini finanziari non finiscano per ammazzare la Serie A (che come movimento, a giudizio dello scrivente, muore lì) e che non tiene contro tra le altre cose dei debito verso fornitori e dello stato patrimoniale di eventuali controllate facenti parte dei club.
La tabella riferita al 2013/14 mostra come i ricavi della Serie A siano ancora quasi interamente erosi dal costo del personale

Ecco come si spiegano in parte i 75 fallimenti in Lega Pro di cui si parlava prima, orde di mancate iscrizioni e ripescaggi continui in Serie B e il dramma in cui è passato il Parma.
Dopo un ventennio passato a finanziare un'esorbitante spesa corrente pur di non implodere definitivamente piuttosto che programmare l'ingresso nel futuro attraverso lungimiranza e investimenti a rendere, dopo una voragine creata dall'incapacità e dalla connivenza di governi e dirigenza oggi si introduce un regime di tolleranza zero in pochissimo tempo, sulla carta impossibile senza qualche artificio finanziario.
E' peraltro in questa situazione che sta venendo fuori il calciomercato più esoso degli ultimi 15 anni: club che dovrebbero in teoria tagliare qualche costo per adeguarsi al provvedimento drastico in arrivo, spendono invece cifre che non vedevano da una vita. Una coincidenza dal tempismo davvero azzeccato, non trovate?

IL MIRAGGIO DEGLI STADI - Ad aggravare ulteriormente la situazione dei ricavi che non ci sono, la questione stadi: una legge invocata per anni ed anni che è arrivata a compimento solo nel Dicembre 2013 con la legge di stabilità.
Anche in questo caso alle spalle c'è un'infinità di palliativi e responsabilità maldistribuite che hanno bloccato un processo di rinnovamento completamente bypassato dalla scellerata gestione sui mondiali Italia '90, in cui si è badato più a gonfiare le spese per favorire gli amici degli amici piuttosto che a creare delle strutture ancora godibili dopo un ventennio (L'Amsterdam Arena, per dire, risale al 1996).
Per non occuparsi del problema ci fu detto ad esempio che la colpa era degli ultras che allontanavano dallo stadio le famiglie, quando è un dato di fatto che negli anni '80, periodo di massimo splendore negli stadi italiani, la violenza era un problema molto più serio. Ovviamente il problema c'è e non si può negare: ma valeva forse provvedimenti francamente discutibili come la Tessera del Tifoso, un fallimento per tutti tranne per le banche che l'hanno fatta emettere, i tornelli, i biglietti nominali e tutti quei provvedimenti svuotastadio visti in questi anni? Sicuramente ci hanno guadagnato le televisioni, che oggi comandano la baracca facendo il bello e il cattivo tempo sul campionato spezzatino che siamo abituati a vedere.
Mica come in Inghilterra, dove un terzo delle partite sono private delle telecamere sin dagli anni '90 per preservare gli incassi del botteghino in stadi ben diversi da quelli italiani.
L'emendamento attuale sugli stadi, finalmente approvato, presenta semplificazioni burocratiche non indifferenti rispetto al passato ma anche un grosso limite: per prevenire ogni forma di corruzione esiste un vincolo che non permette di includere ogni forma di edilizia residenziale intorno allo stadio.
Se da una parte si evitano colate di cemento incontrollate, dall'altra si scoraggia in partenza il privato che parteciperebbe ad un progetto di questa portata solo attraverso un tornaconto con cui rientrare nell'investimento: senza edilizia privata, i club dovranno fare da sé con tutti gli annessi e connessi del caso.
Stimando inoltre che la Serie A perde un potenziale miliardo all'anno in giro di affari a causa dell'arretratezza delle sue strutture e dei mancati incassi dal "matchday" che altrove fanno la differenza sul bilancio.
Non sarebbe stato il caso di attendere la creazione di una struttura seriamente sostenibile prima di varare provvedimenti che rischiano ancora una volta di spingere verso la scappatoia contabile piuttosto che sull'investimento?

Tavecchio ha ragione, non è lui l'inadeguato. Tutto sommato le riforme sono concettualmente interessanti, pur potendosi sviluppare meglio a parere di chi scrive.
L'unico soggetto inadeguato in tutta la faccenda è l'immaginario soggetto giuridico Calcio Italiano Spa e tutti coloro che lo hanno avvelenato inventandosi poi l'antidoto.
Chi pagherà davvero, alla fine di tutta la storia?




Nota a margine: consiglio per approfondire la vicenda la lettura del libro "Goal Economy" di Marco Bellinazzo, da cui molti degli spunti di questo post provengono.





martedì 23 giugno 2015

Tra sconfitte legali e colpi di coda: il FFP al punto di svolta



E alla fine arrivò il bivio: per la Uefa è la settimana cruciale in tema di Fairplay Finanziario, la settimana in cui ci si attende che molto cambi nel regolamento introdotto nel 2009 che ha già lasciato sul suo cammino diverse vittime e ha permesso ad altre di raggiungere compromessi per sistemare la propria situazione.

Già due mesi fa Michel Platini aveva gettato la spugna e preannunciato ammorbidimenti in arrivo sul fronte regolamentare, a seguito di diverse critiche da esperti e addetti ai lavori che hanno puntato il dito su come il sistema avviato nel calcio europeo finisca per cristallizzare le gerarchie: chi è entrato nel regolamento in un momento finanziariamente felice avrà sempre di più e chi ci è entrato in un momento buio o semplicemente non è strutturato per ottemperare pienamente alle regole avrà inesorabilmente sempre meno.

Un punto fondamentale a favore di chi ha contestato legalmente il regolamento é stato segnato oggi al Tribunale di Prima Istanza di Bruxelles, come era nell'aria.
Il giudizio della corte belga è il punto di arrivo di un percorso legale durato due anni, che sarà meglio enunciare con ordine e precisione, per ben capire quanto l'ago della bilancia si possa ora spostare verso un ammorbidimento che la Uefa potrebbe a questo punto trovarsi a dover necessariamente garantire.
Inizia tutto il 6 Maggio 2013 con un reclamo formale che l'avvocato belga Jean Louis Dupont, l'uomo che ha già cambiato le regole del gioco 20 anni fa guidando l'istruttoria che ha portato alla storica Sentenza Bosman, invia alla Commissione Europea in rappresentanza dell'agente italiano Daniel Striani, rappresentante di calciatori come El Kaddouri e Benalouane e che opera in Belgio.
Nel reclamo di Striani vengono citate le seguenti restrizioni date dalla "Break-even rule" (articolo 57 del regolamento FFP), che nello specifico enuncia come le spese di un club non debbano superare i ricavi:

- Restrizione sugli investimenti
- Fossilizzazione della struttura di mercato pre-esistente
- Riduzione del numero dei trasferimenti e conseguentemente riduzione dell'importo e dei giocatori sotto contratto
- Effetto distorsivo sugli ingaggi dei calciatori e conseguentemente sulle commissioni degli agenti

Inoltre, cosa su cui l'intero impianto del reclamo va a porre le fondamenta, si registra la violazione di tre principi di libertà fondamentali nell'UE: libertà di capitali, lavoratori (quindi calciatori) e servizi(quindi agenti). 
Nel reclamo si puntualizza inoltre quanto non sia necessario proibire l' "overspending" (cioè lo spendere più di quanto si ricava) purché tale overspending sia garantito dalle strutture bancarie che lo accompagnano.
In base a quanto sopra, nel reclamo si richiede alla Commissione Europea di dichiarare nulla la Break Even Rule.
Daniel Striani

Con la Commissione Europea, che si esprime sulla vicenda un anno dopo, le cose non vanno bene: il reclamo di Striani non apre un'inchiesta, decisione presa in base all'inconsistenza dell'asserzione secondo cui il FFP ridurrebbe il numero di trasferimenti, al fatto che non ci sono state altre lamentele nei precedenti 4 anni e che i clubs hanno contribuito alla stesura e supportato la regola su cui si basa il reclamo.
In più, nello stesso periodo, ci sono 9 club sotto investigazione che accettano di patteggiare la sanzione con la Uefa, tra cui Inter e Roma.
La battaglia di Striani, sempre più solitaria, sembra finita su un binario morto.
Tuttavia, ad Ottobre, la Commissione Europea dichiara che non intraprenderà ulteriori azioni ritenendo che il tribunale di prima istanza di Bruxelles sia nella posizione migliore per valutare il reclamo.

Striani scopre nel frattempo di poter contare su qualche alleato: alcuni colleghi agenti, un'entità di tifosi del Manchester City ("Manchester City Fc Supporters Club") , che perorano la sua causa a seguito della sanzione subìta dal club e un altro gruppo di tifosi del PSG che, nella stessa situazione degli inglesi, tentano di adire alle vie legali (non è chiaro come sia finita la vicenda) con la medesima tesi di Striani sulla violazione dei principi di libertà dell'UE.
L'udienza al Tribunale di Prima Istanza di Bruxelles si tiene il 26 e 27 Febbraio 2015 e fin da subito le istituzioni sembrano tendere verso una decisione che venga incontro alle ragioni di chi ha sporto reclamo: è soprattutto per questo che Michel Platini gioca d'anticipo annunciando l'ammorbidimento delle regole in un'intervista rilasciata il 18 Maggio successivo.

Fino ad arrivare all'epilogo odierno: il Tribunale di Prima Istanza di Bruxelles dichiara che si farà garante delle misure richieste dai reclamanti.
Ovvero: la fase 2 del FFP, in cui i club dovranno passare dai 45Mln di € di perdita massima a 30, deve rimanere invece invariata rispetto alla fase 1, facendo in modo che non cambi nulla in termini di tolleranza sulle perdite.
In più, successo ancor più importante per Striani e Dupont, la Corte belga si impegna a riferire il caso in un'udienza preliminare alla Corte Europea di Giustizia, richiedendo alla Corte Suprema dell'Ue se la Break Even rule viola le libertà fondamentali di cui si è parlato sopra eludendo il trattato dell'UE stessa.
Un provvedimento che sospende l'attuazione della fase 2 del FFP anche se la UEFA pare intenzionata a impugnare la decisione, tenendo in sospeso il provvedimento.
La soddisfazione di Dupont e dei suoi rappresentati è ovviamente massima ed è lo stesso Dupont ad auspicare che la Uefa metterà in campo quantomeno la rinuncia alla fase 2 del FFP mantenendo il deficit dei club a una tolleranza di 45mln di €, in attesa che la Corte Suprema si pronunci.
L'avvocato Jean-Louis Dupont

Il Comitato Esecutivo di Praga che la Uefa sosterrà il 29 e 30 Giugno diventa così l'occasione per rivedere le regole, ammorbidirle e decretarle.
Dalle indiscrezioni trapelate, oltre alla possibile rinuncia, sospensione o posticipo della fase 2 del FFP, dovrebbe essere varata a breve una regola che permette ai nuovi proprietari un periodo di spesa accelerata per garantire al club la crescita dei ricavi negli anni successivi, fino al raggiungimento del famigerato Break-Even, il punto di pareggio.
Non è ancora stato chiarito se tali modifiche che ci si aspetta salvo colpi di scena avranno funzione retroattiva andando ad impattare sulle sanzioni già comminate ed attualmente valide: ne sapremo certamente di più da mercoledì prossimo.

Intanto però la Uefa ha provveduto ad un colpo di scure aspro e senza precedenti: alla Dinamo Mosca, sanzionata per aver infranto le regole FFP, è stata comminata l'esclusione dalle Coppe Europee per 4 anni.
Si tratta del provvedimento più severo nella storia pur giovane del Fairplay finanziario e segue le sanzioni a Krasnodar e Lokomotiv Mosca che però, a differenza della Dinamo, avevano patteggiato e hanno evitato l'esclusione dalle coppe, che entrambe giocheranno.
C'è chi parla senza mezzi termini di ritorsione politica a seguito dello scandalo Fifa che pone la Russia in una posizione delicata, ma al di là delle congetture la Uefa dimostra con questo colpo di coda che
 se da una parte gioca sul tavolo dei club, dall'altra li bastona duramente qualora non si arrivi ad un accordo.

In quella che sarà un'estate che dirà sicuramente qualcosa sul futuro del FFP, rimaniamo con una sola certezza: la battaglia è appena cominciata.
Per sapere chi deporrà le armi per primo, la sensazione è che ci vorrà molto più di un triennio di monitoraggio...