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sabato 25 febbraio 2017

E se la Roma vince l'Europa League?

Ovvero: come convivere con il fatto che non esistono scorciatoie per qualificarsi in Champions League.




Succede tutti gli anni, da tre stagioni a questa parte.
Da quando la vittoria dell'Europa League garantisce l'accesso alla Champions League, non appena una squadra italiana accede agli ottavi di finale iniziano i calcoli forsennati da parte di chi vede difficile la qualificazione alla Champions League via campionato (le milanesi, in particolare).
Eccoci alla fatidica domanda: che cosa succede, o meglio quali sono i vantaggi collaterali, se la Roma vince l'Europa League?
Intanto la questione è posta in modo facile e leggero, ma la prima cosa da notare sarebbe il primo trofeo continentale ufficiale portato a casa dalla squadra giallorossa: la Coppa delle Fiere del 1961 non è infatti annoverata dalla Uefa nel palmarés ufficiale, dal momento che ha assunto il controllo del torneo solo nel 1971.
Se gli uomini di Spalletti faranno la storia, cosa d'altra parte non impossibile visto che la compagine giallorossa è indubbiamente sulla carta una delle migliori della competizione, prima di arrovellarsi sui cavilli regolamentari per capire come andare in Champions con la scorciatoia è bene partire dai seguenti, immutabili presupposti:

1) I posti assegnati ad ogni campionato non possono mai cambiare nel corso della stagione salvo casi eccezionali (tipicamente mancata licenza Uefa o squalifiche per illecito sportivo o violazione del FPF): per l'Italia, ancora per un anno,  sono tre e rimangono tre salvo i casi extra campo di cui sopra.
2) Chi vince l'Europa League NON ha attualmente la garanzia di accedere ai gironi di Champions League, ma può anche disputare i preliminari (regola che viene applicata per l'ultima volta, dalla prossima edizione la fase a gironi sarà garantita).
3) Il piazzamento in campionato ha sempre la precedenza sul piazzamento nelle coppe, quindi per un club che si qualifica in Champions dal campionato e vince anche l'Europa League, la qualificazione in Champions sarà dipesa dal piazzamento in campionato.

Abbiamo ora la possibilità di fare calcoli e ragionamenti partendo da elementi che avremo sempre e comunque sul tavolo: sappiamo pertanto prima di fare qualunque calcolo che, in accordo al punto 1 di cui sopra, la quarta classificata della Serie A 2016-17 non andrà mai in Champions League salvo fattori extra campo.
Sappiamo anche, in virtù dei punti 2 e 3, che non esiste nella composizione dei gironi di Champions un posto riservato alla vincitrice dell'Europa League.

Ecco i posti riservati per l'accesso diretto alla fase a gironi della Champions League 2017-18: come visibile, c'è un posto riservato per la detentrice della Champions League ma non c'è un posto riservato alla vincitrice dell'Europa League (Fonte: Wikipedia)

Ora, torniamo alla nostra realtà parallela in cui siamo a giugno e abbiamo appena visto la Roma alzare l'Europa League al cielo di Stoccolma e vediamo cosa succede di conseguenza nelle coppe europee.

ROMA QUALIFICATA DIRETTAMENTE ALLA FASE A GIRONI UCL (primo o secondo posto in Serie A):
In questo caso non ci sono cambiamenti di nessun genere: la Roma accede dal campionato e il posto per la vincitrice dell'EL non viene semplicemente sfruttato.
Se la detentrice della Champions si qualifica per la fase a gironi dal campionato, creando un posto vacante, quel posto sarà occupato dai campioni della federazione tredicesima in Ranking (Repubblica Ceca).

ROMA QUALIFICATA PER I PLAYOFF DELLA UCL (terzo posto in Serie A):
In questo caso la situazione della Roma dipende dalla situazione di chi vince la Champions League 2016-17:
Se la vincitrice della UCL si qualifica per la fase a gironi dal campionato
Il posto riservato alla detentrice della Champions rimane vacante e la Roma può così avanzare alla fase a gironi grazie alla vittoria dell'Europa League. Nessuna italiana sarà dunque coinvolta nelle fasi preliminari del torneo, che verranno ribilanciate di conseguenza.
● Se la vincitrice della UCL non si qualifica per la fase a gironi dal campionato
Il posto riservato alla detentrice della Champions può essere occupato e non si crea alcun posto vacante nella fase a gironi della UCL.
La Roma pertanto non ha titolo per accedere alla fase a gironi ed inizia comunque dai playoff.

ROMA NON QUALIFICATA ALLA UCL (dal quarto posto in giù in Serie A)
Questo è il solo caso in cui l'Italia può avere quattro posti in Champions e gli scenari si sviluppano così:

● Se la vincitrice della UCL si qualifica per la fase a gironi dal campionato
Il posto riservato alla detentrice della Champions rimane vacante e la Roma può così avanzare alla fase a gironi grazie alla vittoria dell'Europa League. La terza classificata in Italia gioca normalmente il playoff.
● Se la vincitrice della UCL si qualifica per i playoff dal campionato
Il posto riservato alla detentrice della Champions può essere occupato e non si crea alcun posto vacante nella fase a gironi della UCL.
Si crea invece un posto vacante nei playoff, che verrà occupato dalla Roma come vincitrice dell'Europa League. Al playoff ci sarà anche la terza classificata italiana.
● Se la vincitrice della UCL non si qualifica in UCL dal campionato
Il posto riservato alla detentrice della Champions può essere occupato e non si crea alcun posto vacante nella fase a gironi della UCL, la Roma inizia quindi dai playoff come vincitrice dell'Europa League.
Dal momento che non ci sarebbero posti vacanti nemmeno nei playoff e la Roma rende irregolare il numero di squadre che vi partecipano, per ribilanciare il turno la terza classificata italiana (quarta nazione del ranking) viene retrocessa al terzo turno preliminare, essendo così costretta a giocare due preliminari prima di poter accedere alla fase a gironi.


Dopo aver ispezionato tutti i casi possibili, ecco le conclusioni che possiamo tirare:

1) In nessun modo legato ai risultati la quarta classificata della Serie A 2016/17 può accedere alla Champions League 2017/18 
2) Il posto in Champions per la vincitrice dell'Europa League rappresenta un posto aggiuntivo se necessario e non un posto garantito. Non c'è quindi necessità di riassegnare il posto se la vincitrice dell'EL è già qualificata dal campionato.
3) Queste regole cessano di essere valide da Agosto 2017, in cui inizierà il primo campionato soggetto alla nuove regole che assegnano all'Italia quattro posti alla fase a gironi UCL
Se siete arrivati fino a qua vi consiglio innanzitutto di prendere un'aspirina per riprendervi dal contorto regolamento UEFA attuale e poi, se ci avevate creduto, di convivere serenamente con la realtà dei fatti: non ci sono scorciatoie per l'accesso alla Champions League che possano dipendere dai risultati sul campo.
Ci risentiremo più avanti per delineare nei dettagli la formazione delle coppe europee 2017-18.

martedì 21 febbraio 2017

Perché stasera dovreste guardare il Monaco




Questa sera Mediaset dà a tutti una grande possibilità, vedere in chiaro (Canale 5) quello che sulla carta potrebbe arrivare ad essere il miglior ottavo di finale della Champions League: Manchester City-Monaco.

Sul City di Guardiola sappiamo tutto, meno sappiamo sul Monaco: la squadra con Jardim non ha mai giocato così bene, con un classicissimo 4-4-2 che ha reso i monegaschi fino a questo momento il miglior attacco d'Europa (76 gol segnati) con cui comandano la Ligue 1 all'assalto di un titolo che manca da ben 17 anni.

La squadra è la massima espressione dello scouting: tolto un Falcao tornato sui livelli di 3-4 anni fa e la vecchia conoscenza Kamil Glik, sono quasi tutti giovani, sono quasi tutti fortissimi ed insieme diventano quella che io personalmente ritengo una delle più belle squadre d'Europa.
L'età media degli 11 che dovrebbero scendere in campo stasera è di circa 25 anni e solo perchè il nostro connazionale Raggi (32 anni) sostituirà l'infortunato Jemerson (24, è lui il titolare).

Ecco i cinque nomi che dovreste seguire molto attentamente stasera, per i più attenti appassionati nessuno di loro risulterà nuovo.
Sono tutti under 25 su cui si può scommettere l'entrata nell'orbita della nazionale francese in brevissimo tempo:

SIDIBE: Uno dei primi colpi di Antonio Cordon (l'artefice del "miracolo" Villarreal ove è stato DS dal 1999 al 2016) si è rivelato una grande intuizione: terzino di 24 anni che non avrebbe nessun problema a fare il fluidificante. Atleticamente bestiale, ambidestro, piede discretamente educato, visione di gioco. Stasera lo vedremo sulla destra.



MENDY: è il terzino sinistro ed è stato prelevato dall'OM in estate. Due anni in meno di Sidibe e pare destinato a diventare anche più forte, ha un po' meno prestanza atletica ma più disciplina tattica e un sinistro fantastico con cui ha messo la firma su 5 assist in 17 partite.
Indiziato a cambiare maglia per tanti soldi a fine stagione, su di lui è piombato proprio il City, ma il Napoli ci sta lavorando da parecchio tempo.



BAKAYOKO: La Francia ha recentemente trovato uno come Kanté, ma potrebbe anche aver già individuato il suo erede. Tiemoué Bakayoko, classe '94, è un mediano perfetto per equilibrare una squadra tecnica e dinamica, come il Monaco 2016-17. Personalmente lo vedrei benissimo in un 4-2-3-1.
La struttura fisica e le doti di interdizione sono da Top Player, le geometrie e la partecipazione offensiva ancora no. Tuttavia è uno dei migliori recupera palloni d'Europa in questa stagione e lo fa in modo molto pulito, in proporzione al suo ruolo prende pochissimi cartellini.




LEMAR: centrocampista offensivo e mancino puro, lo ritengo il giocatore più migliorato in questa stagione del Monaco, dove non solo ha trovato continuità nel giocare ma anche nella presenza in zona gol: ne ha segnati 7 e ha servito 6 assist. Brevilineo e piccolo di statura (1.70 mt), sguscia con rapidità ed ha una tecnica già invidiabile. Se è in giornata, col sinistro fa ciò che vuole.
Jardim lo impiega e lo impiegherà anche stasera da centrocampista laterale nel 4-4-2, ma personalmente non credo avrebbe problemi ad interpretare qualunque ruolo dietro la punta in un 4-2-3-1.



MBAPPE: Diventato ormai il mio pupillo prediletto, per quanto mi riguarda è senza ombra di dubbio il classe '98 più forte del mondo.
Formato nel vivaio monegasco, ha giocato per diverso tempo da esterno offensivo ma Jardim sta facendo di lui una punta completa considerandolo, nonostante i 18 anni compiuti da soli due mesi, il primo cambio del Monaco in attacco.
Potente, tecnico, lunghe leve, moderno, letale nell'uno contro uno e tremendamente prolifico (un gol ogni 102' nella prima stagione da professionista). In Francia sono certi sia qualcosa di molto molto vicino a Thierry Henry, io mi limito a scommettere ad occhi chiusi sul fatto che finirà in un top club europeo per tanti, tanti soldi entro la fine del 2019.
Questa sera quasi certamente non partirà titolare, ma se Jardim vorrà tentare di segnare un prezioso gol fuori casa e non ci fosse riuscito dopo un'oretta di gioco, certamente chiamerà il ragazzino all'ingresso in campo.



Ho approfondito questi nomi, ma la cosa fantastica è che dietro questi "4 titolari e mezzo" sono già pronte delle riserve già pienamente all'altezza: penso a Gabriel Boschilia (centrocampista offensivo) purtroppo messo KO per tutta la stagione dal maledetto legamento crociato, Almamy Toure (terzino), Abdou Diallo (difensore centrale).

E allora, dite la verità: vi è venuta voglia di guardare il Monaco, da qui a fine stagione?
Iniziate da questa sera, su Canale 5, alle ore 20.45.

mercoledì 1 febbraio 2017

Le lezioni da imparare



Non ho trovato il tempo per commentare la sporca affermazione a Palermo e l'agevole, nonostante le sterili polemiche, vittoria sul Pescara.
A conti fatti è stato meglio, perché i veri contenuti su cui sciorinare qualcosa di utile per il futuro sono venuti fuori soprattutto nella partita di Coppa Italia con la Lazio, persa in casa dando l'addio all'ultimo possibile trofeo stagionale.
Premessa: la Coppa Italia era sicuramente un interessante approdo e l'ottima occasione per mettere di nuovo le mani su un trofeo, sei anni a veder alzare coppe agli altri sono comunque troppi per l'Inter.
Non deve però trasformarsi ora nell'ossessione che sto leggendo in molti casi in giro per il web, come se la stagione fosse finita sul calcio d'angolo che ha sancito la resa nerazzurra nel trofeo da cui partì l'ultimo ciclo vincente.
La partita era importante, ma non posso considerarla un crocevia stagionale; lo farei se l'Inter galleggiasse tra sesto e settimo posto alla ricerca di un posticino in Europa League anche dalla porta di servizio, ma la situazione che Pioli ha apparecchiato in campionato dice cose ben diverse, almeno per il momento.
L'obiettivo stagionale non erano Coppa Italia né Europa League, stiamo parlando di plus da aggiungere al vero bersaglio nerazzurro che è lo stesso di sempre: il ritorno in Champions League. Lo è sempre stato ed i numeri di inizio febbraio dicono che esiste la possibilità di prenderlo, anche senza il risultato pieno a Torino giacché le due principali contendenti dovranno passare più avanti dall'esame Juventus.
Data l'attuale situazione, a parere dello scrivente, non è possibile dare giudizi en tranchant sulla stagione prima di metà marzo soprattutto perché era fisiologico che, dopo un mese e mezzo di scelte azzeccate e letture brillanti, Pioli avrebbe prima o poi commesso qualche errore.

E visto come il tecnico ha sistemato in modo convincente i cocci di un'Inter che a metà novembre non c'era più, è più che lecito attendersi con fiducia che gli sbagli di ieri siano lezioni da imparare per trovare i rimedi.

Prima lezione imparata: questa squadra con questo sistema di gioco non può assolutamente fare a meno di Roberto Gagliardini.
Senza di lui manca l'equilibratore che fa da elastico tra difesa e centrocampo, quel giocatore che vede lo svolgimento del gioco con qualche secondo di anticipo e sa quali linee di campo percorrere per non sfilacciare e sbilanciare mai la squadra.
Kondogbia, pur da me apprezzato nella partita di ieri, non ha il passo per riuscirci mentre Brozovic in relazione alla disciplina tattica è un cane sciolto. Quello dell'equilibratore è un ruolo da cui non si può prescindere nell'Inter di Pioli e Gagliardini è davvero l'unico della rosa ad avere queste caratteristiche. Le aveva anche Melo, pur molto meno potenziate, che infatti non aveva destato cattiva impressione nelle sue ultime uscite in nerazzurro.



Alla mezz'ora e già sotto di un gol, l'Inter subisce un contropiede inconcepibile: manca un uomo che capisca la linea di passaggio laziale prima che avvenga. Non è Miranda che indietreggia, non è Kondogbia che si accorge in ritardo del buco e non è Ansaldi che in partenza è già bruciato dall'avversario.
Quell'uomo poteva essere Gagliardini?

Vedo perciò un Gagliardini impossibile da tirar fuori con Brozovic e Kondogbia a giocarsi il ruolo dello sparring partner, a seconda delle caratteristiche che la partita richiede. Che il francese sia un giocatore ritrovato nel momento in cui ha avuto compiti precisi in un assetto tattico definito è un fatto inopinabile ed ormai nascosto solo ai suoi detrattori che non vogliono più tirar indietro la mano, che Brozovic abbia i colpi per svoltare un match lo è altrettanto. Un tecnico a cui l'acume e la minuziosità nella tattica non sono mai mancati in questa esperienza dovrebbe essersi accorto di come cambia in negativo l'Inter senza una figura di equilibrio, esponendosi a praterie in cui l'avversario banchetta, soprattutto se può contare sulla velocità di Felipe Anderson.

Secondariamente, l'Inter ha un problema che si chiama Ansaldi: se è vero che l'ex Genoa può potenzialmente creare un valore aggiunto alla fase offensiva, è altrettanto evidente che in difesa non sa da che parte iniziare.
Uno dei difetti atavici di Ansaldi è la chiusura delle diagonali, fondamentale imprescindibile a questo livello. Solo negli ultimi venti giorni ho visto lo stesso errore ripetuto tre volte: su De Paul a Udine (palo), col Bologna in Coppa Italia(gol di Donsah) e sul gol di ieri di Felipe Anderson. E l'errore da matita rossa è quello di guardare solo la palla disinteressandosi del diretto avversario che anche ieri, con un movimento ben riuscito ma basilare, ha colpito in beata solitudine. Senza considerare le autostrade lasciate al brasiliano per tutto il primo tempo, con Perisic costretto ad accorciare anche per 60-70 metri per rimediare ai buchi.


Errore marchiano di Ansaldi: sarebbe in netto vantaggio su Anderson, ma non lo sa perché non si sta curando di cosa gli succede attorno, ma solo della palla...
...e due secondi dopo sembra fare altrettanto, abbassandosi come a voler colpire un pallone che era già palesemente nella disponibilità avversaria invece di contrastare alto Anderson che in questo modo può impattare senza disturbo.

Purtroppo non parliamo più di una serata storta o di un caso isolato compensato da prestazioni confortanti nel mezzo: io mi arrendo all'evidenza che Ansaldi non sia un terzino e non abbia i fondamentali per farlo in Serie A. Suppongo che da quinto di centrocampo, senza specifici compiti di copertura che diventano talvolta decisivi, possa dare una mano alla squadra, ma nel suo attuale ruolo è molto più decisivo in negativo dietro di quanto non lo sia in positivo davanti.
Il mercato non ha purtroppo portato alcuna alternativa credibile nel ruolo, ma se fossi in Pioli inizierei a provare altre soluzioni: domenica sera, al cospetto di Cuadrado, farei più affidamento su Nagatomo che magari è anche limitato e poco presente in fase di spinta ma un errore difensivo come quello che Ansaldi ripete da settimane non gliel'ho mai visto fare.


Terza considerazione: c'è una oggettiva difficoltà, e non da ieri sera, a sviluppare gioco sulla trequarti centrale.
Banega ieri sera ha confermato la tendenza a non trovare mai una posizione convincente quando gioca lì e le trame verticali dei primi 20' sono state un'illusione: quando la Lazio ha capito i movimenti mai troppo sicuri dell'ex Siviglia, lo ha imbrigliato in un vicolo cieco da cui el Tanguito non è mai più venuto fuori.
Il risultato per l'Inter è stato ciò che abbiamo visto mille volte: gioco solo sulle fasce, orizzontale, alla mano per una montagna di cross che già non arrivavano a destinazione con Icardi in area, figuriamoci con Palacio.
Con Joao Mario questa tendenza cambia in meglio, ma solo a tratti e solo perchè il portoghese ha di per sé una duttilità che gli permette di trovare posizioni ibride, soprattutto sulle fasce, che permette di accentrare a turno uno tra Candreva e Perisic e mandare in tilt la macchina difensiva dell'avversario. Dopo lo 0-2 ed il rosso, infatti, l'Inter è passata di più per vie centrali sull'asse Brozovic-Joao Mario, cosa mai riuscita con Banega in campo.
Urge quindi considerare che fare per il futuro: se si vuole tenere questo modulo abbinato a questo stile di gioco, Banega è a mio modo di vedere un fardello più che un valore aggiunto, mentre Joao Mario può crescere ma sarà sempre un trequartista ibrido ed atipico. Ancora una volta si intravede qualche difetto strutturale nella costruzione della squadra titolare e nella profondità della rosa, uno dei principali problemi che ci hanno fatto girare al largo dalla lotta al vertice prima ancora di iniziare il campionato.

Ultimo, ma non meno importante, dobbiamo capire se c'è un problema mentale nell'affrontare le partite da dentro o fuori: si era visto molto bene in Israele a novembre, poi l'Inter è risorta in campionato ma ha riaperto in coppa con il Bologna una partita che aveva già parzialmente messo in ghiaccio rischiando di perderla ed infine ha concesso ieri alla Lazio ben oltre quanto non dica il risultato finale.

Pur senza il background dell'eliminazione diretta, questa situazione di una partita dove non c'è ritorno prima o poi si presenterà anche in campionato: penso soprattutto ai due scontri diretti con Roma e Napoli, soprattutto il primo dei due perché non è lontano.
Vincere vorrebbe dire credere perfino nel secondo posto, perdere significherebbe fare un consistente passo al di fuori dell'obiettivo prefissato: avremo lì una significativa controprova sulla maturità della squadra nelle situazioni decisive, perché in fondo potrebbe essere anche solo un problema legato alle coppe in questa stagione sulle montagne russe.

Domenica c'è la Juventus e non posso fare finta di ignorarlo, ma perdere sul campo di una squadra che in casa ha fatto bottino pieno senza mai toccare nemmeno il rischio di perdere una delle undici partite finora giocate, per me non sarebbe scandaloso.
Purché le lezioni della Coppa Italia siano imparate ed assimilate, trasformandosi in energia positiva per i prossimi, decisivi, due mesi di campionato.
Altrimenti sì, la campanella di fine stagione suonerà davvero molto prima del tempo.



lunedì 16 gennaio 2017

Pioli N°5



Le fragranze uniche ed inconfondibili le si riconoscono al primo colpo.
Quando l’olfatto si attiva e quelle fragranze entrano in circolo, affiorano alla mente immagini e sensazioni, forme e colori, stati d’animo ed alchimie.
La scia di profumo che riempie i sensi da sabato sera, pur essendo stata presente anche prima, riporta a piccoli momenti di trionfo, sensazioni di sicurezza ed autostima, un che di eccitante ed elettrizzante nel volgere lo sguardo verso il futuro.
Se le prime due versioni di questa fragranza erano embrionali, la terza ha iniziato a sprigionare un’essenza molto definita e la quarta ha perso un po’ della sua forza mischiandosi al sudore, sulla quinta di dubbi non ce ne sono: è la fragranza tipica dell’Inter di Pioli.

A cominciare dall’atteggiamento dell’avversario: sembrano davvero lontani i tempi in cui la medio-piccola di turno accarezzava la folle idea di farsi un picnic a San Siro con tanto di banchetto allestito per un suo risultato storico.
Il Chievo di Maran deve aver visto il rendimento dell’Inter negli ultimi due mesi a San Siro (cinque vittorie di fila, mediamente tre gol a partita realizzati) e facendosi due conti aver deciso che il buffet da tre punti poteva serenamente diventare un pranzo al sacco da un punto.
Non inganni, in caso di  mancata visione del match, la mezz’ora di gioco in cui i mussi si sono ritrovati con la testa avanti perché il gol di un Pellissier eterno e ancora di un’altra categoria rispetto ai compagni non è frutto di una ricerca studiata del bersaglio, ma di un tentativo di sortita offensiva, più per ossigeno alla difesa che per convinzione, andato oltre le più rosee aspettative.
Il confronto nella zona nevralgica, quella di mezzo, è senza storia sin dalle prime battute: nonostante un uomo in meno, Gagliardini e Kondogbia bastano e avanzano per desinare sul capo dei tre clivensi, con il solo Castro a permettersi di tanto in tanto qualche soddisfazione sui contrasti.
Mentre mi rendevo testimone di questo atto di forza, pensavo che in altre epoche avremmo probabilmente visto nella stessa zona Medel a uomo su Birsa
Il ragazzo arrivato dalla provincia, con un numero di maglia che sembra un preambolo logico alla fragranza che si diffonderà a fine partita, gioca con la sicurezza di chi ha capito perfettamente cosa deve fare in campo: accorcia, difende, palleggia, svaria, trova addirittura l’inserimento andando a svolgere il lavoro che ad un Joao Mario con le pile scariche non riesce.
Capire cosa fare in campo non è un concetto facile né garantito nell’Inter degli ultimi anni: se il Gaglia gioca con ordine e convince è anche perché l’impianto tattico è consolidato e, fino a questo momento, vincente.
Può anche non essere un caso allora se, in una situazione chiara e fluida, anche il buon Kondogbia può sbocciare nonostante lo avesse già fatto ad Udine nel pregiudizio di chi non aveva occhi per vedere.

Ecco un altro ingrediente dell’alchimista Pioli nel pentolone: la chiarezza identitaria.
Far capire a tutte le sue risorse che c’è un linguaggio comune, che non si cambiano i propri principi, che l’avversario non è una variabile per cui nascondersi, ma l’occasione per tirar fuori il proprio potenziale.
Quanto tutti riconoscono ed applicano questo fondamento, succede anche che il cambio modulo non è un tentativo di cambiare, ma la certezza di svoltare con una rosa che in maniera finalmente compatta volge verso l’obiettivo.
Se Pioli mostra abilità vincenti nel leggere la partita, è anche perché i sostituti ora rispondono all’appello con convinzione: come Eder, per la seconda volta entrato in partita in maniera concreta ed efficace, ora un po’ più somigliante al bel giocatore da cui Conte aveva avuto il massimo all’Europeo.

Nonostante l’appannamento di forma del binario destro, con Candreva ancora lontano dai livelli su cui ci eravamo lasciati nel 2016, si scopre anche un Perisic formato deluxe: sono 11 i punti che hanno portato i suoi gol, di cui 8 incamerati nell’ultimo quarto d’ora.
Si sente ancora dire troppo poco che l’esterno croato, numeri alla mano, è uno dei giocatori più decisivi del campionato.
Il suo gol della provvidenza nasce da un recupero di Icardi che si incaponisce su un pallone tra piedi clivensi e torna nella posizione di Ansaldi per andarlo a riprendere e innescare una nuova azione: intensità e sacrificio da Capitano, non la prima volta che si vede, che non viene meno neanche dopo aver segnato un gol che a San Siro non si vedeva dai tempi di Hernan Crespo.

“Senti, nell’aria c’è profumo di vittoria”.
E’ il profumo della Pioli N° 5.
E se l’Inter è in grado di replicarla, la sentiremo ancora molte volte.

lunedì 9 gennaio 2017

Orgoglio e pregiudizio


Si fa presto a dire filotto.
La vittoria di Udine può risultare immeritata, per usare l'aggettivo con cui qualche sedicente giornalista ha etichettato un risultato che altrove sarebbe stata senza ombra di dubbio una "vittoria di carattere", ma innesta la quarta ad un'Inter che ha iniziato a correre in classifica nonostante i disastri di inizio stagione.
Numeri alla mano, si gira il campionato a 5 punti da un obiettivo che sembrava lontanissimo solo un mese fa e con "soli" 6 punti meno del celebrato girone di andata 2015-16; due mesi corredati da passaggi a vuoto, ma anche da vittorie su campi diventati scorbutici negli ultimi anni (Sassuolo) e su campi che antipatici lo sono sempre stati (Udine).
Due mesi che hanno portato 19 punti in 8 partite tra intermezzo di Vecchi e gestione di Pioli; 2.37 punti a partita, un dato che avreste già assimilato se le famose tabelle media punti degli allenatori dell'Inter fossero ancora di moda.
Ma si sa: quando i risultati girano nessuno sente la necessità di sottolinearlo, quando l'inerzia dei numeri si fa incontrovertibile si inizia ad entrare nell'area dell'opinabile puntando il dito sul gioco che latita o sulla fortuna che prima o poi presenterà il conto.
E così le statistiche del prepartita sulla sosta indigesta per la storia dell'Inter e per la carriera di Pioli diventano materiale da archivio in un armadio che spalancherà di nuovo le ante quando l'Inter si fermerà (prima o poi succederà di certo).
Inter nos, possiamo però dirci due cose su che squadra ci ha riconsegnato un 2017 iniziato con gli scoppi di un mercato che ha reso improvvisamente Gagliardini più screditato di un'azienda insolvente e che attendeva il varco del campo.

ORGOGLIO - Sì, l'Inter ci ha messo orgoglio, impegno e voglia. In una partita così difficile, complicata da errori soprattutto collettivi e che a un certo punto sembrava facilmente potersi mettere su stabili binari friulani, reagire, rimontare e vincere non è una cosa che deve passare sotto traccia.
Non in questa stagione, non con queste premesse, non con questa Inter che in termini di composizione è la stessa dall'effetto "burro sul termosifone" di qualche mese fa.
Quella attuale di Pioli è un'Inter che non molla, non sta comoda nella sconfitta, cerca quantomeno di dominare la corrente invece che farsi spazzare via dagli eventi.
Lo fa anche con tutti i suoi limiti messi a nudo: una fase difensiva poco autorevole e tremendamente insicura, la difficoltà a trovare soluzioni convincenti di gioco se Brozovic non è in giornata da Archimede Pitagorico, la difficoltà di Icardi a farsi coinvolgere ed essere coinvolto.
Se però Murillo incappa in trenta minuti terribili per poi giocare su livelli notevoli l'ora successiva, se tutti i sostituti entrano in partita con la fame di chi il brodino non lo vuol ingerire, se lo stesso Pioli è in grado di farsi accompagnare dai suoi uomini nel cambiare il corso della partita, significa che in qualche modo la fortuna di portarsi a casa la partita te la vai a costruire.
Ieri è andata bene, magari domani andrà male; non può essere messo in dubbio che però nel calcio si vince solo se ci si prova in maniera coesa e compatta, si vince solo se la testa è orientata alla vittoria. E poco importa se al Friuli una visione obiettiva ci dice che alla fine era più giusto il pareggio, i nostri competitors nelle posizioni immediatamente dopo il vertice di partite così ne vincono a miriadi ed è perfettamente corretto che lo facciano giacché non è mai esistita, almeno in Serie A, la squadra che fa tutti i suoi punti con il braccio fuori dal finestrino, il bicchiere di Dom Perignon ed il sigaro cubano tra le le labbra.
Quando l'Inter vince soffrendo, sta interpretando benissimo il ruolo dell'Inter e chi tifa questa squadra e la conosce come le sue tasche può capire ogni sfumatura di questa affermazione.
Orgoglio, sudore, cuore e carattere sono le prime cose a cui penso se focalizzo un'Inter vincente e sono le cose che ho visto, anche se in parte, nella trasferta di Udine.

PREGIUDIZIO - Nonostante tutto, espugnare un campo così complicato in un modo così tipicamente interista non è andata giù a qualcuno.
"Latita il gioco" è una delle obiezioni più gettonate nell'enorme tribunale del post-partita. Io posso anche essere d'accordo, ma rilancio: quale squadra preparata per dare il meglio dai primi albori della primavera è in grado di volare sul terreno di gioco appena dopo la sosta? Non il Napoli, che sul suo campo ha dato vita ad una partita di rincorsa e agguantato il bottino all'ultimo giro di lancette. Non la Roma, che su un campo altrettanto complicato si è imposta soprattutto con la garra e una fase difensiva convincente. Non il Milan, che ha capitalizzato tardi le soluzioni cercate a lungo nella partita. Non la Lazio, che ha perfino rischiato di cedere il passo al modesto Crotone prima di trovare il colpo partita.
Il campionato è fatto di fasi, di strappi, di strategie, di soluzioni e nell'immediato giro post natalizio non è reato per nessuno vincere di sciabola anziché di fioretto.
Parlando di chi ha sciabolato spropositi fuori tempo e fuori luogo, mi viene subito in mente il trattamento riservato a Perisic nei suoi primi sei mesi italiani: tra chi lo candidava al bidone d'oro, chi organizzava messe di suffragio per il desaparecido Shaqiri, chi faceva i conti in tasca a Thohir, c'era solo da scegliere la stroncatura peggiore.
Risultato? Perisic è stato il migliore dello scorso girone di ritorno, ha scintillato all'Europeo finché la sua Croazia è stata in gioco, ha portato otto punti all'Inter anche senza brillare nella prima metà del campionato in corso.
Non sembra affatto il ritratto di qualcosa che secondo alcuni tratti di penna avrebbe trovato la sua collocazione in un centro di compostaggio.
Visionarie soluzioni di smaltimento rifiuti su un noto quotidiano nazionale
Per quanto riguarda invece Kondogbia, la sua sistematica distruzione è sempre più un' "inside job": è la tifoseria stessa a massacrare il francese dicendo le stesse cose pregiudizievoli del prepartita anche dopo i 90 minuti del campo.
In giro ne ho lette di ogni tra ieri e oggi: lento (è stato il terzo più veloce in corsa tra tutti i giocatori in campo), un insulto a chi non è arrivato tra i professionisti, una sciagura, un pianto, un disastro, un malus continuo.
Frasi preconfezionate che sentiremo ancora ed ancora perché se da una parte è vero che il background non idilliaco ha il suo peso, dall'altra è più semplice mettere l'etichetta su un proprio giocatore per evitare di sforzarsi ad analizzare la singola partita o chissà, nemmeno guardarla.
Ad un occhio scevro da facili massificazioni del pallone, Kondogbia è apparso nettamente il migliore (o il meno peggio) del primo tempo per poi andare lentamente a calare nel momento in cui l'Udinese aveva già abbassato il ritmo da un pezzo e fare infine spazio ad Eder per tentare di colpire i friulani con la vivacità (cosa riuscita, visto che è l'oriundo ex Samp a guadagnarsi la punizione che porterà al gol partita).
In mezzo a tutto questo, più palloni recuperati di tutti (undici) e molte meno palle perse dei suoi compagni di reparto. Nel centrocampo dell'Udinese aspettavano tutti Fofana, l'uomo rivelazione della squadra di Del Neri, ed è invece venuto fuori di prepotenza Jankto: in pochi hanno evidenziato che la zona del quasi invisibile francesino friulano era presidiata dal 7 nerazzurro, mentre Jankto ha fatto ciò che ha voluto in un binario destro nerazzurro che, orfano della forma di Candreva, ha fatto acqua da tutte le parti.
Basta incolpare Kondogbia, in fondo.

Il campioncino Fofana contro la sciagura Kondogbia: indovinate chi ha vinto?

L'ultima parte di questa fiera del pregiudizio è dedicata a Stevan Jovetic, uno a cui è stato permesso di indossare il numero di maglia transitato sulle spalle di gente come Matthaeus, Baggio, Ronaldo, Sneijder.
Uno che ha giochicchiato i primi due mesi della stagione 2015-16, ha pensato che bastasse ed ha tirato i remi in barca, per poi dire di non aver mai avuto occasioni nonostante il suo irreprensibile comportamento da professionista.
Uno che potrebbe aver cambiato in negativo la storia della scorsa Coppa Italia permettendosi di perdersi in un colpo di tacco davanti alla porta sulla situazione di 0-3 allo Juventus Stadium. Uno che si è intestardito sullo stesso dribbling per mesi e non ha mai capito o voluto capire che se non hai tra le tue soluzioni il passare la palla al compagno, non sei tagliato per stare all'interno di una squadra.
Uno che si è permesso di dire per interposta persona che all'Inter la squadra la fanno i giocatori e che lui è il povero escluso della vicenda, uno che non è riuscito a giocare con tre allenatori diversi.
Uno così, che si permette di mettersi davanti all'Inter.
Ecco, caro Jovetic: vada serenamente dove crede e, se accetta un consiglio, ci vada con uno spessore ed un atteggiamento molto diverso perchè se oggi l'Inter gira e gira benissimo anche senza di lei, probabilmente è il caso di farsi un paio di domande su ciò che lei ha dato all'Inter prima di analizzare il verso contrario della cosa.
E questo a pensarci bene non è un pregiudizio, ma un monito ben preciso: se dell'Inter non te ne frega niente, non puoi stare in questa squadra.
Questa squadra tormentata, limitata, incompiuta, ma che se vuole sa essere orgogliosa, determinata, consistente e responsabile.
Una squadra che sta imparando finalmente a mettere l'orgoglio davanti al pregiudizio.







giovedì 22 dicembre 2016

L'antipasto ci è piaciuto


Complimenti, Chef Pioli: l'antipasto ci è davvero piaciuto.
Noi che abbiamo desinato per tutto l'anno alla mensa comunale, dove inservienti in camice riciclato da chissà quanti anni ci hanno allungato con insolenza una scatoletta di Simmenthal e un piatto di fagioli in barattolo, ci siamo trovati all'improvviso per 45 minuti in un ristorante stellato a gustare piatti gourmet.

L'attesa è stata lunga, se posso essere sincero: per i primi 45 minuti si sentivano buoni profumi arrivare dalla cucina, ma niente di sostanzioso ci è stato servito. E più l'attesa si protraeva più stavamo là a capire se la solita deludente Simmenthal sarebbe arrivata subito o a fine pasto, tanto per farci arrabbiare ancora di più come già accaduto.
Invece gli antipasti sono arrivati ed erano tutti veramente gustosi.

Abbiamo iniziato con un Trionfo di Banega in salsa serba, un piatto consumato velocemente ma che lascia in bocca il buon sapore di qualcosa riuscito veramente bene. La salsa serba, di guarnizione, è un omaggio al buon Dejan Stankovic senza la cui aura non è possibile far uscire il piatto alla stessa maniera.
Il secondo appetizer arriva subito dopo: filetto alla Icardi in riduzione di Hernan Crespo, servito con un calice di "D'Ambrosio DOP etichetta oro" senza cui il piatto stesso non sarebbe potuto esistere.
Questa è stata di gran lunga la portata più godereccia perchè ha mischiato alla perfezione più sapori che in piatti passati, se messi assieme, si sono rivelati ai confini del disastroso.
A quel punto del pasto, la sensazione di appagamento era già presente e lo chef ne ha allora approfittato per offrirci il meglio della degustazione che avrebbe potuto portarci al tavolo: ad esempio ha reso quello che è stato finora il "bollito Miranda-Murillo" un arrosto dal sapore solido, robusto e sicuro. Un'aroma che già conoscevamo, ma che non sentivamo da tanto tempo.
Ha utilizzato una spezia segreta, chiamata Brozovic, che ha fatto la differenza in tutte le portate che ci sono state servite; dovunque mettevi un pizzico di Brozovic, il piatto decollava.
Sapori delicati, decisi o neutri: stava benissimo ovunque.
Il tutto è stato innaffiato con una bottiglia di "Kondogbia Gran Riserva", qualità e quantità, che non so da dove sia stata tirata fuori visto che fino ad oggi ordinando questa etichetta ci arrivava un irritante vino da due lire che il più delle volte sapeva di tappo o di aceto.
C'è stato anche il tempo per una millefoglie di Gabigol, più scenografia che sostanza, ma una base per costruirci sopra un piatto completo a tratti si è sentita.

Altri ingredienti non protagonisti dei piatti, come la colatura di Candreva e l'essenza di Handanovic, si sono rivelati comunque molto importanti per questa positiva esperienza che arriva in un momento in cui la materia prima sembrava proprio non trovare il modo di esser lavorata in maniera convincente.

Ora che facciamo, ci fermiamo?
Affatto. L'appetito vien mangiando e noi vogliamo assolutamente assaggiare le portate principali che lo Chef ci vorrà servire.
Nelle prossime due settimane in cui faremo pasti frugali in famiglia, lo staff del ristorante potrà lavorare sulla sinergia, la velocità, la costanza e l'attitudine; caratteristiche che se proposte una volta ogni tanto perdono il loro senso, qualità che se tirate fuori non solo per fare bella figura col boss in visita dall'Estremo Oriente risulteranno fondamentali nell'economia e nei risultati di questo locale in cui tutti noi riconosciamo indiscusse potenzialità.

Gli ultimi tre pasti che ci hanno fornito (menu genovese, menu emiliano e la degustazione di ieri sera) non sono stati tutti indimenticabili, ma sono stati sostanziosi. Significa qualcosa, significa avere un'idea di come fare le cose per bene con continuità.
Significa che anche se i problemi enunciati spesso restano, c'è la volontà di affrontarli e a tratti la capacità di farli sparire per quei 45 minuti.

Ci è piaciuto, ma era un antipasto.
Per riportare il locale ad antichi splendori ora è necessario riuscire a servire il menu completo, anche al cospetto di critici culinari ben più severi e anche se Mister Zhang non sarà in sala perchè affaccendato a Nanchino.
Palla (pardon: piatto) di nuovo a Chef Pioli, che si dice soddisfatto dello staff anche se sappiamo bene che ci sono dei Commis da tagliare e almeno un Sous-Chef da assumere a gennaio per completare la squadra che dovrà provvedere alla nostra fame nei prossimi mesi.

Resto seduto a questo tavolo almeno fino a giugno e se necessario anche di più in attesa di nuovi sapori da scoprire e vecchie certezze da ritrovare.
Se dopo le feste, che vi auguro di passare in gioia e serenità, vi vorrete sedere con me, scopriremo assieme se alla fine di questa esperienza culinaria rimarrà sulle papille gustative il dolce sapore di un buon dessert a coronare un pasto finalmente all'altezza della nostra fame.

lunedì 19 dicembre 2016

Non è ancora domani


L'Inter ha vinto: buona notizia.
L'Inter ha vinto in trasferta: notizia ancora migliore.
L'Inter ha vinto in trasferta grazie a Candreva: ottima notizia.

E poi, che altro? Poco, molto poco.
Non mi si fraintenda: il risultato mi sta benissimo come mi sta benissimo il fatto che, parentesi horror di Napoli a parte, dall'insediamento di Pioli l'Inter perde sicuramente con meno continuità di prima.
Il risultato è però l'oggi, l'effimero esito di una domenica che già tra poco più di 48 ore uscirà dalla memoria perché ci sarà un altro risultato su cui ragionare.
E allora, fatte le dovute rimostranze per la mia forzata assenza nel commento delle ultime prestazioni, vorrei prendermi cinque minuti con voi tutti per parlare anche un po' del domani.

Partirei dagli avversari: il Sassuolo al momento è lontanissimo parente della squadra che poco meno di un anno fa espugnò San Siro con un bel po' di fortuna, ma senza demeritare e che alla fine del campionato centrò egual obiettivo dei nerazzurri.
Vuoi per l'infermeria sold out, vuoi per la troppa inesperienza dei rincalzi in campo ieri, il Sassuolo si è dimostrato per tutta la partita un avversario assolutamente abbordabile per il tasso tecnico dell'Inter.
Nonostante questo, i nerazzurri continuano a produrre lo stesso canovaccio: non convertono abbastanza palle gol, tengono aperto un match che avrebbero potuto chiudere prima dell'ora di gioco, disperdono energie, soffrono e perdono pezzi (Joao Mario e Felipe Melo) in maniera evitabile se sapessero gestire correttamente una partita francamente gestibile.
Vecchi peccati che impediscono a Pioli di potenziare ulteriormente una squadra che mette a repentaglio la sua stessa crescita quando si accorge che sta crescendo.

La condizione fisica continua ad essere un problema che i buoni risultati stanno nascondendo: la realtà è che tra strattoni e folate, l'Inter persiste nell'esprimere a un discreto livello il potenziale per soli 60, massimo 65 minuti.
Negli altri 30 si potrebbero fare tante cose: congelare il pallone, addormentare il ritmo, far correre a vuoto l'avversario, pressare a turno sui portatori per centellinare le già esigue energie. Invece continuo a vedere fasi di partita in cui l'Inter non tiene un possesso, si schiaccia, si scompatta e non restituisce un'idea di solidità abbastanza convincente.
Come detto più volte, il problema della condizione fisica è destinato a rimanere tale fino al richiamo di preparazione di fine anno, ma vanno messe le cose ben in chiaro con i giocatori: così non va bene, nonostante la media di due punti a partita ottenuta con Pioli e la musica da questo punto di vista deve cambiare radicalmente entro la fine del mese di marzo.
Mercoledì è già tempo di Lazio che, anche se non ha la attuale velocità supersonica del Napoli, va sicuramente più forte in campo dei nerazzurri ed è in grado di far arretrare di uno se non due passi i piccoli progressi fatti fino a qua.
Considerando che la stagione è inevitabilmente compromessa, va costruita la mentalità dell'Inter che verrà e deve essere molto diversa da questa: in una squadra ambiziosa non si vivacchia sugli 1-0 sofferti a Sassuolo con una prestazione poco più che sufficiente, pensando sia il massimo da ottenere oggi come oggi.
Forse è vero che non si può ragionevolmente chiedere di più in una stagione così travagliata, ma guai a far passare l'idea che vivere alla giornata sia la chiave di volta per raddrizzare la stagione e per raggiungere gli obiettivi: è già accaduto lo scorso anno, quando il primato nascose tanti episodi girati bene e nessuno volle ammettere che il futuro prima o poi avrebbe presentato un conto molto salato.

Persistere nell'accettare obiettivi al ribasso rispetto a quelli di inizio stagione significa solo una cosa: assuefazione al ridimensionamento, primo spauracchio da combattere in una piazza che vuole tornare grande.

Guardando i meri numeri delle ultimissime sfide, sembrerebbe che la difesa si sia sistemata rispetto a qualche settimana fa: io dico invece che questo è un grande inganno.
La difesa e la fase difensiva sono grosso modo uguali a prima, con la sola differenza che i vari Simeone, Ocampos, Sensi, Ricci, Ragusa hanno perdonato troppi svarioni che domani un Mertens, un Higuain, un Salah non perdonerebbero mai.
I rischi presi nei primi trenta minuti contro il Genoa (tre palle gol nitidissime) e nei primi venti di Sassuolo sono inaccettabili nel momento in cui si realizza che gli errori da cui vengono generati sono sempre gli stessi (qualcuno ha detto Murillo?).
Per quanto mi riguarda è evidente che gli sforzi da effettuare nel mercato di giugno, mercato che inizia molto tempo prima (leggi più o meno ora), debbano avere un occhio di riguardo per un centrale di livello continentale.
Eviterei per stavolta il giovane di talento alla prima esperienza in una grande, come eviterei l'ex campione al tramonto della carriera che sverna in Italia per la pensione dorata: dal momento che la grana non sembra il primo dei problemi dell'attuale proprietà, indirizzerei correttamente le risorse economiche anche verso questa direzione, senza mettere a Gennaio toppe che alla fine rischiano di rivelarsi peggiori del buco.

In conclusione:
siamo più tranquilli rispetto a un paio di mesi fa? Indubbiamente, il potenziamento operato da Pioli è lento ma visibile e c'è un Candreva meritevole di essere riconosciuto come sontuoso solista di questa orchestra ancora un po' sgangherata.
Siamo però soddisfatti? Personalmente no, non sono soddisfatto di una squadra che all'avvicinarsi del giro di boa fa ancora fatica a capire chi é e fa ancora fatica a gestirsi in maniera convincente.

So che a Sassuolo le cose sono andate bene, ma so anche che non tutte le partite si possono approcciare e portare a casa in questa maniera.
Lavorare sulla mentalità significa soprattutto abbandonare la convinzione che questo tipo di vittorie in questo tipo di partite siano la base per grandi obiettivi, perché sono in realtà salvagenti che permettono di rimanere in linea di galleggiamento e non possono mai essere considerate fondamenta di un futuro radioso.

Perché dobbiamo ricordarci da che anni veniamo e quanti progressi abbiamo realmente fatto nel vivere sull'oggi, piuttosto di orientare il pensiero un po' più in là e dare vita a quella che si chiama programmazione.

La fotografia davanti ai miei occhi mi dice che non è ancora domani.
E purtroppo non lo è da molto, troppo tempo.